Palco n.25 OR.1/D (Pt.III, the South American Chapter)

Programma: “una pietra miliare della musica colta latino americana“, una suite per un balletto scritta da un compositore russo, una sinfonia ‘fantastica’ scritta da un francese.

Numero orchestrali: ne ho contati centodiciotto. Il giorno dopo ho letto da qualche parte centoventotto, facile che in quell’ammasso di sedie e leggii mi sia sbagliato. Comunque, un sacco di gente sul palco di un’ orchestra ‘particolare’ inserita in un sistema che non produce soltanto musica. Ci sono due arpe e pure, strano, anche una batteria là in fondo che mi chiedo a cosa serva. La risposta sul finale, come un thrilling.

Mood: l’avevo già ascoltata quest’orquesta, sapevo che erano bravi e potenti, una certa elettricità nell’aria tipica dell’evento, la voglia di farsi prendere e trasportare dai millemila violini.

Musica e me: inizia con assolo di tromba, come un’annunciazione. I suoni sono tipicamente sudamericani, in un’alternanza di ritmi a spron battuto, pause romantiche, trombe squillanti, fraseggi ballerini. Io mi sparo tutto un viaggio in cinemascope immaginando una cavalcata nella polvere al confine col Mexico di un bandito vendicatore dei poveri per arrivare a un villaggio, la sua calma davanti alle domande dei paesani spaventati, gli sguardi con la figlia del capo villaggio, una serata romantica che si conclude sotto a un albero appena fuori dall’ultimo ranch del paese, le campane che dicono ‘è tardi’, dobbiamo andare, il mattino col timore degli avvenimenti futuri e la confessione del proibito amor, l’arrivo del cattivo con colpi di grancassa, la lotta per la conquista di lei a colpi di passi di danza,  i tacchi degli stivali che scuotono la polvere mentre gli archetti delle viole picchiano le corde, fino al crescendo finale che spazza via i timori tutti ed è una gran festa. (ascoltala, parziale).
‘L’uccello di fuoco’ è senza balletto naturalmente ed è diviso in quattro brevi movimenti. Nel primo stacco c’è un momento di lungo silenzio come un velo a zittire il teatro, tutti restiamo letteralmente col fiato sospeso poi c’è un passaggio di pura seduzione che a vederlo ballato secondo me c’è da piangere, poi la danza ancora che inizia con una pacca di tutti gli orchestrali che faccio un balzo sulla sedia e poi il finale che è un treno di energia e saltelli a velocità folle (fra parentesi, un vero personaggino Stravinskij che diceva cosette morbide come: ‘Io non provo mai. O compongo o non compongo‘. Oppure: ‘Se, come quasi sempre accade, la musica sembra esprimere qualcosa, questa è soltanto un’illusione‘. Appunto, continuiamo ad illuderci).
Nell’intervallo, tanto per gradire, vengono aggiunti tamburi e altre due arpe.
La seconda parte è dedicata alla ‘Sinfonia fantastica‘. Cinque movimenti anzichè i soliti quattro. Rapimento totale, fin dal primo ‘agitato ed appassionato assai‘ che inizia con il flauto (o l’oboe, non ricordo) che intercala accelerazioni, seguito da un valzer enorme. Io mi perdo completamente nella musica, ricordo però una scudisciata di viole e piatti che fa svegliare la signora ingioiellata che si faceva un pisolo appoggiata al marito. Il tutto termina con una notte di Sabba e campane ed applausi a non finire. Bellissimo, bravissimi.

Violino dell’amore: sul lato sinistro c’è il contest di bellezza violinistica (come spiegato in precedenti post: le violiniste sono una delle cose più sexy al mondo). Vince sul filo di lana grazie a  due espressioni di gioia e intensità la violinista bassina, vestito nero senza spalline, pendenti semplici e graziosi, pallida e austera.

Migliori orchestrali: da citare la coppia di nerd al contrabbasso, il ragazzo con la faccia tonda alla viola che si guarda in giro, un ragazzone enorme col violino che sembra un giocattolo nelle sue manone, il percussionista centrale che quando non suona canticchia la melodia, il ragazzo coi capelli rasati che guarda spesso il direttore come se avesse paura di sbagliare e tanti altri con piccoli particolari.
Poi al termine fanno i bis. Come le rockstar, certo. Un brano di Verdi in omaggio al tricolore e poi vincono tutti e tutto. Si spengono le luci e nel buio gli orchestrali (direttore incluso) tolgono le giacche nere, mettono una casacca colorata coi colori del Venezuela per mostrarsi coloratissimi al pubblico entusiasta, per poi lanciarsi in una indiavolata versione per centoventi persone di ‘Mambo’ tratta da West Side Story, ballando sulle sedie, alzandosi in piedi a turno, facendo roteare le viole per terra e i violini per aria in un breve ma entusiasmante momento in cui la classica si spoglia dell’austerità (formale) e diventa un mood di pura gioia ed esuberanza (come poi spesso è anche la musica stessa). Quindi, migliori tutti, anche perchè sono facce che nascono sotto la stessa bandiera e nella stessa scuola però sono diversissime, in un mix di colori di pelle, taglio degli occhi e di capelli che va dall’europeo puro al nero, passando dall’indiano all’occhio a mandorla. Un melting pot perfettamente riuscito e gaudente. Quasi un simbolo del futuro.

Il direttore: ha ventisette anni ed è uno che avrà una carriera paurosa. Lo dicono gli intenditori. Dirige saltellando quando l’orchestra carica, ha un bel vestito classico nero due bottoni con cravatta grigio perla e si emoziona quando saluta il suo mentore Abbado, presente in platea, dedicandogli la sinfonia. E’ pure un bel ragazzo. Praticamente perfetto e uno spot perfetto per la classica.

Brano preferito: difficile scegliere, mi butto sul ballo valse della sinfonia. La cosa meravigliosa del tutto che mi stupisco sempre come fosse la prima volta, non è tanto la potenza di suono che è davvero portentosa, ma la delicatezza con cui suonano in centoventi e il pianissimo vs. fortissimo, con gli archetti che parlano e si scambiano coi fiati in dialogo di grande intensità e oserei geometria musicale. E tanti di quei violini che quando gli archetti sono quasi a novanta gradi con lo strumento e spuntano dalla marea di vestiti neri è come se ci fosse un grosso istrice parcheggiato sotto alle assi con gli aculei che spuntano e si ritraggono a tempo.

Momento riderone * : i suonatori ridono eccome e io per la prima volta nella stagione ho compagnia nel palco. Una coppia di anziani coniugi, lui un signore ricco e colto con iniziali ricamate anche sui polsini, lei una signora con parure orecchini, spillona, doppio anello, bracciale, collana tutto brillantissimo di pietre preziose e di un valore folle. Petulante anche, tanto che il marito la zittisce un paio di volte in maniera pure un po’ brusca. Poi una signora sessantenne sorridente e gentile. All’intervallo, il marito annoiato dai commenti della moglie dichiara ‘Vado a fare un giro’. Lei non perde tempo ‘Vengo anche io’. E il DOLORE si stampa sul volto dell’uomo. La signora sessantenne mi guarda e dice ‘Che bello non essere sposati’. Io scoppio a ridere. Lei pure.

Prossimo appuntamento: duo violino & piano. Per me una prima volta.

(grazie come sempre al libretto con saggio distribuito all’ingresso per le parti in corsivo e le citazioni)

Previously on ‘Palco n.25’: l’inizio, il pianoforte.

One thought on “Palco n.25 OR.1/D (Pt.III, the South American Chapter)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s