Fanne meno, falle meglio

La prima cosa che ho pensato uscendo dalla sala è stata ‘irritante.’
Cerco di spiegare perchè (micro spoiler alert).
Sorrentino mette in scena la maschera pesantemente truccata à la Cure, di una ex-stella della musica, con l’occhio cadente di noia repressa e depressione imminente; prende il sempre bravo, qui un po’ (forzatamente) statico Sean Penn, ci gira un po’ intorno, perlustrando il suo piccolo mondo che somiglia a una prigione dorata e piena di rimorsi per un passato ancora opprimente e poi lo porta in giro per l’America alla ricerca di un nuovo senso della sua vita, inseguendo uno scopo e un futuro migliore per tutti, mettendo in scena geometriche visioni on the road in un viaggio che è un susseguirsi di flash di comprimari, panorami e pensieri dellavecchia popstar triste che beve soda con cannuccia.
Semplifico e sintetizzo, tirando al ribasso perchè il film mi ha dato proprio fastidio nella sua ricerca ‘arty‘ di immagini pretestuose per mostrare la già riconosciuta e indubbia bravura del regista nell’inquadratura e nella messa in scena, in un eccesso petulante di dolly gironzolanti e carrelloni che dopo dieci non se ne può più.
 Il film non è brutto, anzi, ma si crogiola nella sua pretenziosità visiva risultando profondamente irrisolto nei contenuti e non riuscendo a infondere genuina passione nella storia dove la drammaticità di qualche bel momento viene perduta in una ricerca forzata della forma che spesso domina il contesto.
Sorrentino perde il punto del racconto in una navigazione puntellata da troppe ‘visioni’, particolari e scene insignificanti che spezzano il ritmo, alterano lo sviluppo e l’appassionarsi al racconto e appesantiscono il senso dello stesso con inutili eccessi (la scena al supermercato, la moglie che fa il pompiere, il pattinatore che cade) e metaforoni che mi danno i brividi o non colgo (le rotelle? il muflone nella parte in montagna in cui si specchia il protagonista? suvvia).
Mi è sembrato poi che la visione del regista sulla profonda provincia americana sia abbastanza carica di stereotipi e non, come mi aspettavo, densa di uno sguardo più curioso, più innovativo, bensì ricca di troppi freak e paesaggi da periferia dell’impero, ben fotografati ma altrettanto noti.
A riprova ovviamente personale di come il giudizio non possa risentirne se la somma degli addendi di cose molto buone non dà risultato altrettanto soddisfacente, la colonna sonora è strepitosa con bonus di video musicale omaggio per la rockstar ‘vera’ D.Byrne a cui si devono le musiche insieme al folkster Bonnie ‘Prince’.
Occasione perduta o perlomeno non completamente sfruttata. Dispiace e peccato Sorrentino che rimane il migliore che abbiamo (anzi, avercene di così bravi) ma forse troppi elogi ricevuti fan male. La prossima andrà meglio (e forse-bis, scrivere libri fa male ai registi che diventano troppo ‘letterari’).

Precisazioni:
– il titolo del post è un invito al regista nato da conversazione post visione.  meno cose ma più a fuoco.
– c’è anche la possibilità naturalmente che non abbia capito niente del film e del suo contesto tecnico e di contenuti. adesso vado a leggermi tutti i post che ho saltato per arrivare ‘vergine’ alla visione.
– doppiaggio: naturalmente sarebbe molto meglio la v.o., ma c’è ben poco da fare, in sala ascolteremo sempre doppiatori che, sentito il trailer con la voce di Sean Penn, esagerano, non richiesti. accontentiamoci, amanti del cinema. è già un bene che la sala fosse abbastanza piena alla prima proiezione domenicale del terzo weekend di programmazione di un film così, dove ‘così’ è un complimento.

Update: c’è anche, giustamente, chi scrive bellissimi post spiegando invece perchè il film è piaciuto tanto

4 thoughts on “Fanne meno, falle meglio

  1. Io non credo che sia tu a non aver capito. Credo che questo sia un film che parla ad alcune persone e non ad altre.

    Per quanto riguarda la forma, sì, ok, sono d’accordo, levateje er dolly. Ma è un film che parla di contenitori e di maschere, di cose usate per nasconderne altre. Non è questione di metafore, è questione di involucri. Per me è un film che ha un gran cuore, impacchettato dentro a una cosa di polistirolo e cellophane come le cose che compri al supermercato.

    (Sorrentino è il più bravo regista italiano, ma soprattutto è il meno italiano dei registi italiani. Questo è un film scandinavo🙂 )

    1. ho letto il tuo post. e l’ho trovata una bella visione e un ottimo senso del film. certo, ma è proprio quello che mi ha fatto ‘agitare’. il cuore si intravede ma è come oscurato dalla messa in scena. poi, io comunque lo consiglio il film perchè capisco che sia un film che possa toccare alcuni e altri no. inoltre, certi virtuosismi sono proprio belli. il dolly, no. LE VA TE GLIE LO! 🙂

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