Pirati e cheerleader

Il migliore panorama della cittadina è al termine di una corta via di ciottoli. C’è un palazzo con architettura nobile e storia importante che si affaccia sulla piazza col nome del fiore più conosciuto. Gli abitanti la chiamano ‘rocca’. E’ ora di pranzo e solitamente il pavè del piazzale è solitario ad accaldarsi nell’attesa di visitatori, in un pomeriggio di ottobre inoltrato che è ancora giorno di fine estate.
Un’umanità varia riempie la piazza. E’ un giorno speciale, sembra un carnevale a tema, fuori stagione. Occhiali da sole e magliette corte si accoppiano a giacche orlate di pizzo, cappelli con le piume e copricapi da marinai. Tatuaggi temporanei di teschi dipinti, bandane minacciose, gambaletti e stivali segnati dal passeggiare su putride tolde di navi stanche dopo approdi difficoltosi ma resistenti alle intemperie non solo climatiche. Arriva un manipolo di ballerine che si fondono agli altri figuranti in un flusso di diversità anarchica. Un salotto vintage con mobili recuperati da un sitcom anni settanta, una batteria col simbolo esplosivo di una banda, una sedia a forma di cuore, teli verdi e simboli picareschi compongono la scenografia di quello che sta per accadere.
Ci si imbarca tutti in quello che diventerà a breve un vascello immaginario, mentre intorno la piastrella valley prosegue la sua vita quotidiana, ignara dell’occupazione picaresca della sua piazza simbolo.
Si gira un video di una band storica della zona. Il brano è un omaggio esplicito a un cantautore che cantava di uncini e Peter Pan, tanti anni fa. Un chitarrista arpeggia ingannando l’attesa mentre si predispone il set. Sulla tolda il regista confabula di strategia coi suoi assistenti. Tutto intorno si chiacchiera in attesa. Un bimbo riceve in regalo un assolo di violino, un gruppo di anziani applaude al tempo di un improvvisato canto popolare.
E’ tutto pronto, ora. Si va.
Eccoli i menestrelli in posa. Eccole le macchine da presa che si mettono a fuoco. Eccoli i figuranti che si improvvisano carpentieri con sagome di polistirolo a costruire una stanzetta al centro della piazza da dove partirà la visione del regista. I pedoni son sul campo, la scacchiera ha i pezzi pronti, la ciurma è pronta. Il regista impugna il megafono, pronto alla pugna.
La musica? Vai con la musica.
Il  cantante capitano rischia di naufragare sulla terra ferma, fra brutta tivù, bevute di poco conto, noia impenitente. Esce per trovare fedeli seguaci che lo rivestono di giacche e comando. Passa poi a raccogliere i suoi bardi suonatori, filibustieri di lungo corsi armati di strumenti a corde. Hanno i capelli argentati di corvina resistenza alle mode, suonano una melodia con passo tzigano e ritmo che ricorda palme caraibiche, in una fusione di generi che solo chi ha solcato profondi mari può permettersi.
Le comparse ciondolano la testa seguendo il tempo mentre il mucchio di pirati inizia il loro viaggio intorno all’isola che oggi c’è ed è racchiusa in  quattro mura storiche pennellate di colori pastello sotto un cielo gentilmente azzurro.
Incontrano una coppia di freschi sposi, si aggiungono altri componenti della banda mentre giocolieri ricamano disegni di seta nell’aria e mangiafuoco scatenano bolle di passione in un lampo di divertimento d’antan in contrapposizione ad acrobatiche cheeleader che inneggiano al nome della banda.
Il corteo musicante attraversa il tempo e gli stili al ritmo incalzante che è già mandato a memoria. Incappano in un gruppo di emigranti wannabe con valigie di cartone, per finire a suonare il loro ritornello trascinante in un palco improvvisato, in una sosta dopo il primo giro di rum e ritmo.
Non c’è tempo per fermarsi, il regista segue ed insegue il corteo in una camminata in punta di steadycam, dirigendolo verso nuovi porti da toccare nel viaggio. E allora si continua.
 C’è  un teatrino di rane che sono marionette per aprire la seconda parte del girotondo picaresco in quattro quarti di tempo, strofa e ritornello a comporre un gioco di citazioni. Fra rimandi a fiabe e suggestioni di avventure lontane il cantante capitano incontra donne con uncini e curve, sirene che lo distraggono mentre intorno a lui si scatena una rissa di marinai rivali che si affrontano in uno sciabolare di spade, prima di arrivare ad un palco dove son schierati i componenti di un coro. Potenti voci inappuntabili in farfallino e giacca con stemma ricamato mentre le signore vocalizzano in giacca turchese e bottoni madreperla.

Tortuga! Tortuga!‘ cantano con voce tonante, quasi un ordine, un richiamo che spinge la banda di pirati a suonare al largo, marciando verso il mare aperto al centro della piazza dove incontrano zingare perdute in un sabba di arti scossi dal ritmo. Son vestite di stracci marroni che si agitano come bandiere al vento, circondano il capitano prima di sparire come un miraggio nel deserto.
Fuggono, mentre la fila si è serrata, il capitano arringa la ciurma per l’ultimo arrembaggio, facendo un passo indietro per entrare nella cornice di una ripresa acrobaticamente aerea.
Gli abitanti dell’isola che oggi c’è, un gruppo improvvisato di varie estrazioni ma che unito veleggia ovunque, fin sul tetto del mondo, compaiono alle sue spalle, aprendosi come un ventaglio gioioso in quattro passaggi di una breve ma intensa coreografia che apre la piazza al messaggio.
Sul finire della melodia, prima che sia notte, arriva anche la banda, come nei più classici e veri giorni di festa.
Suonatori in completo bianco e giacche blu solcano il mare di ballerini improvvisati, potenziando in un bonus di fiati il suono della riscossa che si espande libero nella luce serale.
Il ritornello è sempre quello, urlato dal coro ancora presente al fianco della truppa mentre la coreografia vola, le braccia si alzano, i sorrisi si stampano su volti stanchi ma soddisfatti in un ballo di gruppo con tutti i pezzi di un puzzle improvvisato che si incastrano precisi.
I pirati son tornati.
E viva Tortuga!

(grazie al regista per l’ispirazione e al team dell’ Ozu Film Festival per le foto e per questo weekend di cinema, corti e pirati)

UPDATE: finalmente, eccolo!

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