H-tale (tic tac)

Il corridoio è di un colore che è tipo crema, ma se questo colore appartenesse a un gusto di gelato ti farebbe passare la voglia di mangiarlo.
Il corridoio però è perfettamente pulito. Le inservienti passano di prima mattina ma anche random nel pomeriggio con ramazza e scopettone, producendo un soffice suono attutito, quasi a non distrubrare.
 Nel corridoio passano sempre grembiuli bianchi, i possessori come agili fantasmi un po’ tutti uguali, i capelli raccolti, il passo sicuro, la testa spesso bassa. A volte si fermano a parlare, prendono richieste, distribuiscono consigli. A volte si fermano davanti a monitor con griglie simili a fogli excel e chissà se non sgamano mntre cliccano e stilano tabelle pure un aggiornamento di status su twitter.
Poi passano pigiami che spiano dentro alle camere degli altri per un attimo, un’occhiata fugace, una spiata di sottecchi, per confrontarsi, sollevarsi o impaurirsi, dipende da quanto puoi gironzolare col pigiama, credo.
Nel corridoio c’è sempre un qualche rumore in sottofondo, come se il silenzio non fosse possibile in questo posto che dovrebbe essere quieto. Un bip insistente seppur basso, un telefono che trilla, un passo strascicato, un rantolo accennato laggiù in fondo, rotelle che scorrono trasportando corpi ed oggetti.
Spesso nel corridoio si aggirano persone col cellulare incollato all’orecchio a trasmettere informazioni, raccogliere dati o solo cercare un momento di compagnia che non sia una persona in camice o in pigiama.
Chissà come si faceva quando non c’erano i cellulari. Immagino le file all’unico apparecchio a gettoni del reparto, laggiù in fondo al corridoio dove la porta delle scale e l’ingresso degli ascensori quasi si fondono dando vita a un reticolo di passaggi interni in cui è un attimo perdersi e infilarsi in un labirinto, ripercorrendo corridoi tutti uguali, scale identiche, seguendo frecce sbagliate, troppo stanchi per accorgersene.
Nel corridoio ci sono anche dei corrimano di plastica, brutti a vedersi e di un grigio noioso ma anche molto pratici per sostenere membra fragili in un posto dove la pratica è fondamentale.
Soprattutto, nel corridoio c’è un orologio. Una sporgenza rettangolare che ne segnala la metà esatta. Puntini rossi su sfondo nero che scandiscono il tempo. Ore e minuti. In mezzo due punti, un segno di divisione lampeggiante che suona una specie di valzer col tempo di secondi che passano.
Un, due tre e al quarto secondo il display cambia e ti ricorda la data del giorno, solo per un secondo.  Poi riparte il valzer.
Un, due tre e che giorno è. E ti trovi a fissare il display a volte di sera quando nel corriodio non c’è nessuno che il posto diventa silenzioso con le anime nei letti che pensano quello che possono pensare o dormono sonni agitati, indotti o riposanti.
Un, due, tre e che giorno è. Sempre quel giorno a ricordarti di come ci sono momenti in cui il tempo sia pesante, in cui i secondi raddoppiano come se la lancetta pesasse tonnellate e le ore diventano lunghe e piatte.
Un, due, tre e che giorno è. E anche i pensieri si fanno pesanti come un respiro difficoltoso e la percezione del tempo che passa è inversamente proporzionata al bisogno di tempo che hai.

Un, due, tre e poi finalmente arriva il giorno dopo.

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