Silenzio adesso! Perfetto. Ciak!

(un giorno sul set di un ‘cortometraggio’. un ‘teaser trailer’ pieno di parole a caso)

Entriamo, vieni.
C’è un corridoio illuminato da luci fioche. Il pavimento di parquet, si sentono i tacchi battere il tempo dei passi. A sinistra, una vetrata che mostra in perfetto ordine una parata di vini pregiati. A destra, tavoli quadrati davanti a una parete di cartongesso con aperture rettangolari, piccoli sacrari leggermente illuminati da luci soffuse che ospitano bottiglie dai nomi pieni come il loro gusto.
Avvicinati, guarda l’etichetta. Barolo. D’annata. Dietro, vedi qualcosa. Una luce potente, un fascio di bianco che incontra un paio di orecchini e un ricamo di raso sul reverse di una giacca.
Andiamo a vedere, dai.
Oh, guarda c’è una raffinata sala da pranzo presa in ostaggio per un giorno da un manipolo di ragazzi armati di lampade che producono artificiale lucenza, telecamere pronte per inquadrature ardite, comparse da gran sera e una coppia al centro.
Paiono circondati. Mettiamoci comodi, teniamo poco posto.
Ecco, arriva il regista. ‘Speriamo di volerci ancora bene dopo questa giornata‘ dice, l’emozione che gli tormenta le mani. Telecamere formano un semicerchio, stringono nella loro morsa visiva il campo d’azione, le distanze calibrate. L’occhio pronto. Parlate sottovoce o fate finta di parlare e le comparse ai tavoli si tramutano in pesci che muovono le labbra, in un gesto di pura finzione. Un attore per un giorno impara in dieci minuti le basi del mestiere, aprire un menu davanti ai clienti è un gesto di rispetto per l’avventore. Un movimento arioso e gentile del braccio per mostrare pagine che descrivono un mondo di sapori, come ad aprire un sipario. Ai tavoli, brillanti luccicori, scarpe lucide, giacche eleganti, compostezza e una placida allegria.
Senti, tacchi che rimbombano sul parquet.
 Vedi, è una coppia. La guardano tutti. I capelli di lei, uno scivolo ondulato per accogliere parole galanti. E’ alta e fascinosa. Abbaglia con il brillìo di pendenti e una striscia di paillettes a disegnarle il decolletè. Lui è elegante, un triangolo bianco che spunta dal taschino del completo nero impreziosito da contorni di raso. La segue con passo sicuro, controlla il locale, si accomoda. S’avvicina un cameriere.
‘…proprio al mio tavolo…’
Ha i capelli che sono un parrucchino mal riuscito. Incappa nel giudizio duro di uno sguardo di puro disprezzo sociale.
Stop e buona.
Le parole di questo mondo son note. Ordini precisi, semafori per azioni.
Guarda, il valzer di persone discrete e silenziosamente veloci, ninja del set che sistemano, controllano, provano, propongono mentre il regista concentrato è stratega per un giorno, si muove a sistemare i pezzi del puzzle, a stringere l’assedio delle camere, a registrare finimenti ed ornamenti in libertà di cineprese che scovano un gesto, dettagli di dita che esplorano il morbido cotone della tovaglia, un tintinnio di bicchieri, un movimento calibrato al centimetro, l’improvvisazione e la geometria che si accoppiano in un dettaglio, nel passaggio di un’ombra, mentre una comparsa impara un gesto di bon ton.
Ciak e azione. La luce verde del semaforo.
‘…bello qua, ci vieni spesso…’
Rompere il ghiaccio con bollicine e il riempitivo di una conversazione poco profonda. Parole captate dalle cuffie del fonico, un totem con un microfono lassù dove converge il brusio di una sala, l’esalazione di respiri. C’è un cellulare che suona.
Altro semaforo. Stop. Altro giro di valzer intorno al tavolo.
‘In fondo lei cos’ha…’
Discreto, torna in scena con l’abito da lavoro, la camicia immacolata, il farfallino con clip per chiuderlo in un nodo preconfezionato e un’impalcatura con fili di capelli, tentativo tragicamente sbagliato per coprire la calvizie.
Improvviso, nel silenzio di un momento rallentato, un incidente che lacera il velo di finta cortesia. Lui è immobile, solo un capello si sposta. Ascolta, gli occhi che annaspano intorno, cercando un conforto che non arriverà.
‘…a sedici anni già lavoravo…’
Parole sprezzanti che salgono alla muta figura in piedi mentre gli occhi di lei diventano uno specchio che rimanda l’immagine di potere al suo accompagnatore.
‘Scusarsi? Lo chieda a sè stesso…’
Un grandangolo vede tutto, indaga negli sguardi curiosi dei commensali che seguono la scena mentre esprimono la sentenza, individuano il pezzo sbagliato, il componente che pare uscito da un’altra scatola.
Visto, montano un carrello, un binario su cui scorre un momento di vita altrui. Monta anche la pazienza delle comparse prestate a un’idea ma, ecco, è il loro turno. Prestano un’occhiata, una sfuggente espressione, lo sfondo essenziale eppur poco visibile, le pennellate per lo sfondo del quadro.
Guarda, girano il menù. Effusioni e un cocktail di gamberi perfetto. Sguardi maliziosi con contorno di aragosta. Carezze che sono dichiarazioni e una zuppa di pesce speciale.
Vuoi rimanere fino al finale, vero?
‘Vede? A sedici anni, io…’
Eccolo, ancora. Indossa una giacca grigia sopra alla camicia. Il farfallino con la clip è ancora al suo posto. Presenta il conto. Gli sguardi di sfida si incrociano, sembra un western. L’orgoglio annoda la gola, la voce incespica ma le smancerie devon finire. Le parole son pallottole secche e decise come un whiskey che il suo avversario non ha ordinato, smanioso di concludere la serata. Lei beve un goccio d’acqua per ingollare la verità. Ora sono altri gli occhi che cercano conforto mentre la vendetta con simbolo si compie. L’uomo col farfallino esce di scena, silenzioso com’era arrivato, le parole fumanti ancora nell’aria che ha trattenuto l’ultima frase.
Dai, l’ultima inquadratura, gli ultimi ritocchi e la ripresa di un corridoio ora molto illuminato. Il cerchio si chiude. Restano cavi staccati come serpenti stremati e immobili, foto lasciate sul tavolo in un ricordo fresco, bicchieri svuotati per esigenze di copione, tubi e teli e stanchezza. Parte un applauso. Ci si emoziona perfino un po’.
Senti, fuori c’è un’aria fresca e un panorama che sarebbe da chiedere in prestito una cinepresa. Le nuvole macchiate di rosa vanno a formare un grumo laggiù, dove si spegne l’orizzonte. Potrebbe essere lo sfondo per il saluto dell’uomo col farfallino. Ma gli esterni, li faranno domani.
Oggi, così, è perfetto.

(bonus per completisti: assaggio fotografico dal backstage, qui.  e, grazie)

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