Dischi dell’anno (parte prima)

I dischi da tenere d’orecchio, ascoltati nei primi cento giorni dell’anno secondo me:

Disco dell’anno ‘summer edition’Cutcopy-Zonoscope.
Eccoci pronti ad aprire il portellone della macchina e a ballare coi subwoofer appalla in modalità maranza-chic durante le code in autostrada per il mare, nel parcheggio sabbioso della spiaggia e in lunghe calde notti insonni a ballare alla luna in flip-flop. La conferma di una band che fa ballare con gusto, energia e creatività. Fra pianole-drum machine-maracas-coretti-percussioni e aperture melodiche e ganci clamorosi un disco che parte con tre inni dance che le nostre disco in bolletta non metteranno mai, per proseguire fra reminescenze anni ottanta a pioggia in paesaggi sospesi di electro-pop sognante consegnando un disco che distruggerà il lettore da qui a ottobre, durante l’ultima coda per il rientro a casa.

Disco dell’anno ‘donzelle canterine’:
Oltre l’hype di riviste online e non solo c’è di più. Anna Calvi ha un chitarrone blues e pure un po’ country che porta a tracolla sopra un bel vestito rosso porpora mentre spalma il suo vocione da opera lirica rock con ridondanza e abbondanza cinematica in un disco caldo di passione che piano piano si è fatto strada fra gli ascolti di inizio d’anno. A contenderle lo scettro PJ Harvey (Let England Shake) il cui ultimo lavoro è ottimo e variegato fra trombette marziali, ‘Goddamn Europeans…‘, ganci reggae, richiami per la caccia alla volpe, melodie ispirate, denuncia sociale in un festival di creatività sonora che termina con una specie di canzone melodica medievale.


Disco ‘daje regà’ dell’anno: Those Dancing Days
Pop-rock svelto, secondo disco, meglio del primo, cinque ragazze, da Stoccolma, mezzo punto in più, ritmi intensi, un filo di malinconia swedish qua e là, chitarrine svelte, tappeti di synth, melodie catchy, ragazza con due braccia di acciaio che pesta sui tom, danzare davanti allo specchio, avere diciott’anni, gioia. La band che le tutte le italiche ventenni dovrebbero conoscere e invece, no.

Disco ‘con barba’ dell’anno: al momento sono applausi per il signore barbuto Iron and Wine. Più per l’impegno che per il risultato. Poteva fare un altro disco di eccelso folk pop. Invece, prova a bucare le mura del chitarrismo acustico intimista (e non solo), aggiungendo produzione e suoni. Ecco, però forse aggiungendo troppe cose, a tratti pare perdere il controllo, nonostante le buone canzoni non manchino. Imperfetto, ma coraggioso.

Disco ‘Radiohead’ dell’anno: credo si sia parlato con la consueta, eccessiva, rapidità, più dei modi – ciao, abbiam fatto un disco, passano cinque giorni, ciao, eccolo qua – che del contenuto. Che è breve ma intenso. Ritmiche nervose su cui cullarsi in un percorso non immediato ma appagante col proseguire degli ascolti fra suoni elettronici e miagolii di Yorke. ‘Lotus flower‘ ha il video che fa ridere il web ma è un pezzone, ‘Codex‘ una ballad strappacuore. Sempre ispirati, proseguono il loro cammino parlandoci di musica, emozioni e, anche, marketing, un paio di passi avanti al resto del mondo.

Disco ‘eravamo indie’ dell’anno: il nuovo dei Decemberists (The king is dead) è perfino arrivato al numero uno nelle classifiche US per quanto possa contare. E un po’ dovrebbe contare poichè è un altro gruppo che meriterebbe la conoscenza universale. Cambio di rotta rispetto al disco precedente, meno prog, più folk e anche più influenze americane ma sempre discone. A tratti pare di essere in una favola con un bardo e la sua band che allietano il pubblico. (contiene anche parziale cover di Branduardi?)

Disco dell’anno ‘band vecchie che fanno buon brodo’: il disco dei Mogwai, quello col titolo che pare un po’ una presa per il culo, un po’ una figata. Ho ascoltato solo questo per circa tre settimane. Era il suono giusto nel momento giusto e il suono è simile, naturalmente, ai precedenti anche perchè dai Mogwai si chiede quel suono. Però c’è dell’altro. Ci sono canzoni di un bel granito con venature un po’ diverse fra organetti e tentativi di contaminazione fra discomusic e post-rock (che poi, quando riuscirò a scrivere due righe sui Mogwai senza metterci il tag post-rock, sarò contento).

Disco dell’anno ‘dell’anno scorso’: che poi nei primi mesi io ho consumato un disco uscito un anno fa pieno di chitarre di giovani australiani con nome bufo di Tame Impala (Innerspeaker) e una gran voglia di rock anni settanta fra psichedelia sporca e surf. Bravissimi, divertentissimi, sballatissimi. Sarebbe entrato nella personale top ten dell’anno scorso, senza problemi.

Disco ‘sorpresa’ dell’anno: un signore che suona il sassofono. Colin Stetson. Da solo, in una stanza con venti microfoni, una tecnica di respirazione e un disco che la prima volta che l’ho ascoltato “mh, forse non fa per me“, la seconda “no, aspetta, è un bel mood“, la terza ero già nell’amore e negli ascolti in rotazione. Un flusso concentrico di suoni avvolgenti e ipnotici, stimolanti e rincuoranti.
Tecnicone? Indubbiamente, ma con la tecnica al servizio di un suono nuovo, di una cosa nuova e mirabile. Amichetto di band amatissime dalla hipster community (GY!BE-ArcadeFire) è comunque un tizio che fa dischi di sax, solo. E GROSSO. Il sax. Grosso. E c’è un brano di un minuto e venti secondi che spacca in due il cuore. E c’è un pezzo che è quasi dance. E ci sono comparse di voci femminili meritevoli. E lo rimetto su, per la ventesima volta nell’ultimo mese.

Disco dell’anno ‘fermi tutti’: e poi, last minute, quello che davvero rischia di essere il disco dell’anno. Il nuovo lavoro dei Low (C’Mon) è bellissimo, denso, itenso. Canzoni di classe e altissima qualità, di pennate lunghe e sapienti intarsi di voci su tappeti languidamente melodiosi, dove si cammina con passo sicuro e testa alta attraverso i tempi cupi in cui capita di vivere, indossando questo bel vestito sonoro, scuro ma elegante, fino all’ultima canzone dove si abita la speranza. (ascoltalo, dai. qui o qui)

Appunti, sparsi.
Un disco italiano: Verdena, avesse cinque pezzi in meno, sarebbe bellissimo. E’ un gran disco comunque.
Un disco soul: Charles Bradley.
Due dischi che cresceranno, lo so già: il pop sinfonico degli Elbow che è sempre squisito e le chitarrone giovani e belle dei The Pains of Beign Pure at Heart.
Disco ‘Sai, no‘ or ‘Anche basta‘ : Strokes.

Fine prima parte.

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