de-LISCIO-us

Dal furgone escono in quattro. Il capo del quartetto suona la fisarmonica e ha capelli sale e pepe ricci, con uno strepitoso mullet anni ottanta. La cantante nonchè responsabile della pianola indossa un vestito bianco senza maniche che termina corto con la gonna frastagliata da tagli che paiono realizzati con le cesoie da un giardiniere folle e una folta capigliatura mossa e nerissima da tigre del microfono. Gli altri due paiono fratelli anche se non lo sono. Saranno i capelli bianchi, il baffo preciso, l’esperienza impressa in rughe che sembrano righe di pentagrammi, dritte e perfettamente parallele sulle fronti spaziose. Uno suona il sax, l’altro la batteria. I maschi hanno jeans bianchi e una camicia stampata tipo hawaii raffiguranti palme leggermente incurvate con mare sullo sfondo.
Sembrano usciti da una love boat con la boat a buon mercato. Salgono sul palco e attaccano una mazurka bella tranquilla.
Um-ppa-ppa zum ppà-ppà-zum.
Davanti a loro la pista da ballo della festa paesana. Grigia e vuota, le piastrelle su cui tanti anni prima scorrevano pattini a rotelle di bambine instancabili oppure palloni da calcetto di lunghe partite pomeridiane, ad attendere i passi dei ballerini.
Devono attendere trenta secondi prima che mocassini con la suola buona e decolletè fresche di mercato le calpestino. Dai lati della pista quattro coppie arrivano già avvinghiate come se sbucassero dal nulla o, più probabilmente, fossero partite già in posizione da sedute.
Dai lati le coppie convergono verso il centro, come se le note semplici e circolari che provengono dalle casse a nolo fossero palline di mercurio che si richiamano e si fondono. Lentamente si formano file concentriche di ballerini.
E sono vestiti leggeri buoni per la serata da ballo che svolazzano, pantaloni con la piega che seguono passi rigorosi, pance prominenti accarezzate da camicie tenute fuori dai pantaloni, sederoni inguainati in abiti neri o minigonne ardimentose. E piroette a chiudere i tre/quarti e i finali dei brani e comunque piroette a pioggia.
Gambe come trivelle danzerecce ma anche gambe stanche di anni di passi faticosi che si trascinano sotto ritmo. Gambe rapide di rinnovata energia che si animano al suono di un valzer suonato con un tappeto esagerato di elettronica. Gambe precise che non cambiano mai il passo che potrebbero suonare un pezzo punk che sempre destra, sinistra, sinistra destra, piroetta e via così. Gambe incerte che non hanno ancora imparato nononstante le ore passate sulle piste di mezza provincia. Gambe lente ma occhio acuto a parlare della gente che guarda. Gambe scatenate in evoluzioni approssimative su cha cha cha sommari senza timore di sembrare appena ridicole. Gambe con la sciatica e vene varicose non ci provano nemmeno, accontentandosi di una passeggiata lungo pista a ritmo personalizzato e mento alto.
Ai bordi della pista diventata arena, dove l’aria profuma di gnocco e grigliatona del ristorante, gli occhi dei curiosi si perdono nelle coreografie – che forse è vero che si è come si balla – nei movimenti che si accoppiano ai ritmi e negli abbigliamenti che scorrono in un turbinare di passi in senso anti orario. Persone sedute su sedie di plastica – quelle libere da golfini portati più come segnaposto che nel caso un improbabile vento freddo invada la zona – o su scomodi sgabelli di legno, retaggio di quando le feste erano ancora unità, si fanno aria con ventagli, si scambiano confidenze, attendono il loro turno, cercano un pizzico di riposo, addentano un pezzo di gnocco, bevono soprattutto acqua naturale.
Guardo curioso, assetato di particolari, incantato dal ritmo ostinato, dall’umanità danzettara, dalle poche parole che la donna al centro del palco pronuncia introducendo il brano, dalle mani che cingono fianchi.
Dal palco il mullet si scuote sincronizzato con la fisarmonica e in ampi segni d’approvazione quando un applauso di apprezzamento arriva da un signore attento all’esecuzione. Al termine di un deciso valzer evidentemente famoso, parte una raffica di applausi e addirittura qualche pugno alzato di euforia comunista ma non c’è tempo di respirare troppo che il batterista, sorprendente per come riempie ritmi di monotonia totale con divagazioni sul rimshot e triplets infarcite di ghost notes, batte i quattro e si riparte, altro giro unduettre. Il sassofonista è l’unico che sembra lì solo per il cachet, appare sempre immobile oppure osserva anche lui da una posizione privilegiata. Al centro del palco la cantante a volte si stacca dalla pianola per scaldare con pacatissimi ‘forza‘ o con stringati annunci il pubblico danzante.
Ed ecco una fresca pooolkaaaa e il sessantenne con pantaloni alla pescatora, sandalini, fazzoletto sempre pronto per tergersi la fronte con moglie in gonna marrone che canta qualche brano di lissio a memoria o forse, chissà, inventa le parole mentre il re del ballo locale che, fosse donna e fosse nato nell’ottocento avrebbe il carnet pieno di incontri a centro pista solo per avere il privilegio di ballare, invece oggi prende in prestito mogli di amici o giovani inesperte o bande di amiche per regalare loro un giro a velocità estrema.
E una mazurka per prendere il ritmo e non se lo fa ripetere la panterona col capello cotonato e troppo biondo, il jeans troppo stretto che pero’ le permette comunque notevoli falcate, che fa doppia coppia alternandosi con due ballerini provetti pretendenti. Ed ora un pezzo più ritmato e la coppia di donne che se la ride dell’assenza di maschi zompettando in allegria e confabulando serrate.
E un bel valser della romagna per la coppia con gli occhi a mandorla che si vede hanno fatto dei corsi a hanno un portamento notevole e sono serissimi fino al casquè finale che si scioglie in un sorriso, prima di riprendere, seri, in posizione, un due tre, via.
E un bel lissio dell’amore per le coppie che alcune non si guardano mai e sembrano lì per contratto o per sfuggire alla calura silenziosa di un salotto con la tivù e per quelle che si sorridono come se fosse la prima volta e non la millecinquesima che si incrociano i piedi e gli sguardi in una coreografia consolidata ma sempre rinnovata.
E un fox che ci sta sempre bene un fox per le coppie più anziane, tenerissime e in lieve difficoltà che spiano i ballerini più provetti e si impegnano in goffi tentativi di recuperare i passi coi sorrisi che si sprecano mentre, capita, ci sono piccoli scontri fra coppie in piroetta che si risolvono in rapidi cid verbali.
Ed ecco il taaangoooooo e quelli esperti che aspettavano questo momento conquistano il centro pista e si esibiscono in passi con giravolte sensualmente coreografate parappà ppappà ppà  parappà ppappà ppà.
E ora vai coi balli di gruppo che accontentiamo tutti e parte una versione con base elettronica lievemente ‘samba’ di ‘Come mai’ (proprio quella) mentre si formano piccoli ensemble composti principalmente di signore che si lanciano in unduetrequattrodestra, unduetrequattrosinistra, unduetreavantiecalcia, unduetreindietrecalcia, gira, applaudi, gira scalcia e ancora e via e la sezione balli di gruppo va avanti per un po’ con ritmi caraibici di dubbia qualità e sempre più gente, inclusi uomini un po’ impacciati ma volenterosi, che si accodano alle esperte leader della danza di gruppo, mentre in disparte stanno comunque gli irriducibili che continuano a ballare a due infischiandosene di queste novità che non esiste che si debba tenere tutti lo stesso passo, vero?
E si va avanti così fino a tarda sera, quando mullet, vestitino bianco e mani del batterista sono ormai zuppi di sudore e le orecchie sono un po’ stanche come le gambe di molti ballerini che avevano affollato la pista e che adesso, dopo ore e parecchie bottigliette d’acqua consumate per combattere il caldo afoso, prendono la via di casa verso sogni dove chissà se gireranno ancora la pista in senso orario e batteranno le mani a ritmo dimenticando il resto e quello che sarà.

Me ne vado anche io e come sempre quando incappo nelle arene del liscio nelle decine di feste che puntellano la mia provincia di balli, mi chiedo come faremo quando la mia generazione probabilmente e quelle dopo la mia quasi sicuramente renderanno queste band fantasma e queste serate solo dei ricordi, dilapidando un patrimonio di immagini umori sudori capelli freschi di parrucchiera piroette fazzoletti unduetre unduetre

Non potremo fare a meno di questo. Davvero.

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