Ce ne vorrebbe uno al mese (Classical&Me)

Ieri sera ho visto un concerto di musica classica.
Suonava l’orchestra nazionale del Galles.
L’ho imparato alle sette e mezza, grazie (Grazie!) al Many, che poi dicono che i social network non servono a nulla. Tzk.
Quindi sono partito verso il teatro della città gialloblù, affittato per un paio d’ore una comoda sedia nel corridoio della platea e mi sono lasciato andare nella musica.
Ora, quando capita vado ai concerti ma non capisco niente di musica classica. Colpa di scelte infelici del tempo in cui da ragazzino preferì distruggermi i legamenti sui parquet piastrellati di scrause palestre rincorrendo palle a spicchi, piuttosto che investire ore nello studio del pianoforte come da desiderata materni. Quindi sono super ignorante al cospetto di una materia affascinante, ma sterminata e complessa come la musica classica.
Infatti, leggendo il programma coi nomi dei compositori che avevano scritto quanto avrei ascoltato di lì a poco non trovavo altro che un buco nero di mancata conoscenza nella mente .
Poco importava, poiché sapevo già cosa sarebbe successo di lì a poco quando l’orchestra di circa settanta elementi si sarebbe presentata sul palco, tutti di nero vestiti.
Il solito tripudio di violini e viole in primo piano avvolgeva il palchetto del direttore. Dietro di loro la sezione fiati e sullo sfondo percussioni assortite su cui spiccava una grancassa gigantesca che farebbe la gioia di folli drummers di indie-rock, che, ne sono certo, la userebbero mettendosela a tracolla, gironzolando per il palco saltellando mentre la percuotono.
E poi la musica. Dove tutto inizia quando il primo violino suona una nota, una sola, per accordare (oppure si dice armonizzare?) gli strumenti. Come un sergente che comanda l’attenti al suo plotone che si mette in riga prima di marciare.
Il primo brano di un compositore giapponese con parti soliste per flauto traverso ed arpa mi ha lasciato un po’ freddo. Un movimento lento con richiami al rumore del mare.
Poi l’ingresso del pianoforte al centro del palco. Il pianista un omaccione che pestava i tasti a una velocità siderale, accompagnando l’orchestra nella melodia per poi librarsi in passaggi di viruosismo solistico.
E lì è iniziata la festa che si svolge tutta nella mia testa. Questa si siede comoda e attende di venire letteralmente sollevata dal tappeto melodico prodotto dal movimento sincrono degli archetti dei musicisti, per poi venire stimolata dai passaggi dei fiati e pizzicata dalle percussioni.
In pratica cado in uno stato di semi trance con visioni cinematiche che si accoppiano alle esecuzioni e a certi particolari che vedo sul palco. Per esempio in un passaggio da un movimento all’altro un violoncellista si è letteralmente bloccato. Pareva una marionetta con fili invisibili mossi dalla bacchetta sottile del direttore d’orchestra. Tre secondi di fermo immagine, il musicista con gli occhi chiusi, il braccio immobile, bloccato a novanta gradi. E poi, la bacchetta si muove, l’archetto riparte, arriva una soffice melodia che mi scatena una romantica immagine di una donna vestita di rosso che aspetta in una stazione ferroviaria.
Oppure quando improvvisamente i violini si infiammano, gli archetti veloci quasi a volere tagliare lo strumento mentre il tempo musicale raddoppia e vedo un cavaliere solitario correre a spron battutto in una verde prateria, mentre i violinisti pare facciano fatica a girare la pagina dello spartito senza perdere la battuta.
Son solo due esempi di immagini, forme di ricordi passati, rimembranze di libri, film, elementi e quant’altro che, casualmente, si mescolano e frappongono all’ascolto in un florilegio di rimandi e suggestioni. Una gioiosa anarchia rimbalzante nei sensi.
E tutto finisce quando l’orchestra conclude l’ultimo movimento con un classico “PaammmZaamZamm-ZaamZaaamm-Paaamm-Zam!“.
E il direttore chiude le braccia con un movimento secco, il corpo chino, forse stremato dopo novanta minuti di movimenti fluidi a dettare la partitura. E in quel mezzo secondo di silenzio che mi piace pensare sia grato stupore del pubblico, prima dello schiocchìo di un applauso lungo e festante, la mente torna nella sua allocazione, dolcemente appoggiata dal suono che resiste nell’aria, dopo essere stata sequestrata, massaggiata e attraversata da un tornado di note e sensazioni, senza ancora capire bene cosa sia successo.
Non è successo niente, se non il percepire netto di una specie di beatitudine sensoriale. Una grazia personale instillata dall’ascolto di musica sconosciuta ma allo stesso tempo amica.
Ecco, questo, spiegato in povere parole, è quello che accade quando vado a un concerto di classica. Con orchestra.
Ce ne vorrebbe uno al mese, ce ne vorrebbe.

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