Road to 40 – part3

1990-1999 the grown up ages


1990: Ligabue
mai rinnegare il passato. e c’è stato un periodo nel quale Luciano da Correggio mi piaceva proprio. era, sì, banalmente, lo Springsteen di noi ragazzotti rock’n’roll della pianura padana che aspettavamo qualcosa. il qualcosa sarebbe arrivato l’anno dopo. quell’anno sarebbe bastato quel ragazzo che avevamo visto di sfuggita suonare nella piazza del paese pochi mesi prima. lo seguì fino al grande successo di “buon compleanno elvis”. andai al primo concerto di s.siro ed è tuttora uno dei ricordi “live” più belli che ho con la fuga di metà prato durante il diluvio mentre noi raccattiamo un cartone che si disfa in due minuti e conquistiamo mezzo prato bagnati spolti fino alla fine fra urla, spintoni, uno sballatone che mi saliva sulle spalle e cori tremendi. poi le nostre strade si divisero. lui abbandonò gli stivali, io diventai semprè più “indie”. e va bene così.  era che quello che lui cantava noi lo vedevamo tutte le sere coi nostri occhi. raccontava del bar mario e noi ce l’avevamo davvero il nostro bar mario. quell’anno poi io ero a Milano a fare il militare. e io la odiavo Milano e forse per compensare la mancanza della terra natìa, ascoltavo il primo disco di quel reggiano come me. e lo pompavo agli amici snob meneghini. che lo sfottevano per i camperos e per il look da truzzone di provincia. e io di truzzoni come lui ne conoscevo a pacchi…

1991: Pearl Jam
l’anno che cambia tutto. “Ten”. “Nevermind”. “BloodSugarSexMagic”. “Loveless”. Bamm. se non associ i titoli di questi dischi a un gruppo, eh, non so cosa dirti… la sera che ascoltai per la prima volta “Ten” era umida e pioggerellosa. tornammo a casa da una banale serata in birreria. l’amico di un tempo andato che a volte scambiavano per il fratello che non ho, poichè siamo alti uguali, occhiali uguali, capelli uguali,  mi chiede: “Conosci i Pearl Jam?” “Ho sentito il singolo e basta.” “Ascoltali che ti piaceranno. Alive è la più brutta.” per mesi ho ascoltato quel nastro che mi diede. una TDK C90, sull’altro lato c’erano i Jane’s Addiction, ma spesso si premeva rewind per ripartire dall’inizio di quel disco clamoroso. e “Alive” era la meno bella. ok, è Alaivedeippèggemm, tratto da “Ten”, uno dei tre album che porterei in un’isola deserta (gli altri sono “Synchronicity” dei Police e “It takes a nation of million…” dei Public Enemy. Questa risposta è stata ponderata a fondo per rispondere a una delle questioni che ogni tanto saltavano fuori, tipo appunto, se sei in un isola deserta e puoi ascoltare, per sempre, tre dischi, quali scegli? un modo come un altro per parlare di musica). il mio amico portava addirittura la camicia di flanella, sempre. tranne il sabato sera quando diventavamo tutti una serie di figurini in giacca e cravatta, profumati e un po’ alcoolizzati che andavano nel privè della discoteca sempre quella, dove eravamo i reucci del bancone, dietro alla consolle del dj. eravamo un po’ arredamento, dato che eravamo sempre lì, eravamo un po’ polo d’attrazione per altri amici, appuntamenti, danze al di fuori delle luce strobo. e a fine serata si aspettava nel parcheggio i ritardatari ascoltando infreddoliti in macchina il rock di seattle.

1992: Rage Against The Machine
al bordo di un campetto di calcio con uno degli amici di sempre (ora provetto tumblerer) ascoltammo in cassetta questo disco. una bomba di energia. l’incontro fra la chitarra rovente e fantasiosa di Tom Morello e la voce hiphop di Zach deLarocha incendiano l’anno. li vedrò qualche anno dopo e, ancora, l’anno scorso. e sono sempre una bomba.

1993: Nirvana
l’anno in cui mollo l’università per stupidità e scelte sbagliate e inizio a lavorare. quasi simultaneamente la fidanzata della giovinezza, dopo alti e bassi e tira e molla, mi dice “addio”. cobain morirà l’anno dopo, schiacciato dalla fama e da un fucile che non doveva avere a portata di mano e muore qualcos’altro. forse il concetto di rockstar, forse una parte di immaginario. chissà. io avevo anche il biglietto per andare a vederli a modena ma non riuscì ad andare poichè era in concomitanza con una partita di basket. non me lo sono mai perdonato.

1994: Portishead
arriva il trip hop. io ricordo più che altro la voce di quella donna. così ipnotica e straziante. li vedrò finalmente al primavera di barcellona, molti anni dopo. un viaggio nel tempo. “dummy” è uno di quei dischi che sono talmente avanti che anche oggi suonano ancora avanti. pietre miliari. per il resto, ero dentro al meccanismo. dalle 09 alle 19 per poi immergersi nelle passioni, nelle notti di baldorie e nel cazzeggio come forma di fuga per scrostarsi di dosso la classica routine necessaria quanto spesso castrante.

1995: Radiohead
il viaggio più bello. S.F., Seattle, Las Vegas, S.Fra. da solo per andare a trovare un amico che viveva laggiù. due settimane di cui ricordo ogni cosa. il vagabondaggio a sanfra a scrivere nei parchi delle cose che vedevo. seattle, la gente in bermuda con la pioggia. il mercato del pesce e il salmone da un chilo divorato. ed essere davvero dentro al film “singles” e alla musica che preferivo. il caldo, le luci, le donne in tuta felpata, le slot machine ovunque e la follia kitsch di L.V. e ancora il golden gate percorso su un enorme suv e sausalito e dormire in quella camera di legno di fianco ai boschi e svegliarsi al mattino fare una discesa a piedi e trovarsi davanti lo spettacolo della bay area. il bar al trentesimo piano dove un simpatico gay mi offrì da bere  più volte per poi sentirsi dire “no, thanks man i’m not in…“. il viaggio di ritorno di fianco a un diavolo olandese di tre anni piangente. e una valigia di vestiti nuovi e una di ricordi.

1996: Alice in Chains
andavano gli mtv unplugged. questo è il mio preferito e non potevo non segnare qua gli alice. e anni di chilometri fatti per giocare in palestre lozze, con docce fredde, spettatori zero, gomiti piantati ovunque, difesa arcigna, attacchi casuali su schemi che riuscivano a volte, botte a rimbalzo, prodezze da tre, stoppate in faccia, batoste tremende, quaranta minuti spesso, vittorie allo sprint, insulti all’arbitro, risse accennate, un paio provocate, ancora chilometri in macchine piene di stanchezza, risate al rientro, pizze giganti che si digerivano dopo giorni. la mia vita sotto le plance. chilometri di corse di sacrificio, una cicatrice sotto un occhio, un dente scheggiato, caviglie lesionate in più punti, un ginocchio ballerino. tanto sudore, tante risate, tante incazzature ma sopra a tutto, i soliti ragazzi, la vecchia guardia con le spalle larghe che sosteneva il piccolo movimento nel paesello. e che ci si voleva bene e si stava bene insieme.

1997: Erykah Badu
il disco di questa regina del soul era sempre nel lettore. colpa anche di un paio di ragazze conosciute quasi una via l’altra. entrambe gradivano il genere e il mio genere. e poi sono anche gli anni di chilometri per vedere concerti. milano. roma. firenze. verona. bologna. mantova. teatri, arene, palazzetti, feste dell’unità, circoli arci, palchi scrausi e palchi con video enormi, parterre e poche tribune, asfalto e note, campi e fango, chitarre e applausi, birre e storie, band come puntini a decine di metri e band che sentivi il sudore del cantante. avessi conservato tutti i biglietti, sarebbe da scriverne un romanzo.

1998: Smashing Pumpkins
eccoli qua. mancavano solo loro nella carrellata dei gruppi su cui ho speso ore a formarmi. per questo album mr.corgan si trasformò in una sorta di vampiro notturno come look e iniziò a perdere definitivamente la ragione e la capacità di scrivere buon canzoni. però questo è forse il loro lavoro migliore racchiudendo una carriera e uno spirito di pulsione romantica e un po’ nichilista.

1999: The Roots
due anni difficili. la famiglia crolla per poi risollevarsi con una nuova forma. smetto di giocare a pallacanestro, vinto da troppe botte, troppo ghiaccio sulle caviglie e dall’odio che ormai provavo per il nostro allenatore. nel marasma, inizio ad andare a lezione di batteria. in tutto questo esce il nuovo lavoro di una band di negri che suonano gli strumenti col rap. la fusione fra hiphop & soul. li avevamo visti qualche anno prima al vox. eravamo in quaranta. il concerto fu stupendo e quel batterista con un pettinone gigante in mezzo a una selva di capelli ricci e neri divenne un mio mito privato. resta l’anno dove, spulciando fra liste di wikipedia e cd della collezione, ho fatto più fatica a trovare il disco importante. forse ne ascoltai pochi quell’anno, forse c’entra il fatto che un paio di anni dopo con lei parlammo un sacco dei Roots e del batterista capellone. quella sera…

(…continua…)

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