Road to 40 – part2

1980-1989 the age of conscience


1980: The Police
nel mio quartiere si girava in bicicletta durante lunghi pomeriggi estivi e si finiva spesso a casa di un amico. lui era un super nerd in anticipo sui tempi, che mi riempiva di spiegoni sui fumetti e la musica elettronica e idee balzane per avere successo nella vita. a me interessavano i suoi dischi, soprattutto quelli di un gruppo che si chiamava la polizia, aveva un batterista fantastico e mischiava rock e reggae. circa. lui strimpellava un Bontempi cercando di seguire le linee melodiche dei brani. io cercavo di seguire Copeland, percuotendo con bacchette ricavate da un albero, ogni oggetto. piatti, bottiglie, sedie. eravamo una formazione disastrosa ma imparammo a memoria tutti i loro dischi, nonostante spesso il burbero e pancione padre di lui ci ordinava di smetterla con quel rumore. e tornavamo a gironzolare in bicicletta. lui poi si trasferì in cerca di fortuna nel campo dell’informatica. non ha trovato la fortuna, ha trovato però moglie.

1981: Daryl Hall &J.Oates
Videomusic arriva nelle vite di noi adolescenti nel 1984. e fu droga. ore passate a vedere video, all’inizio sempre gli stessi, poi l’offerta si diversificò e contribuì a costruirci un immaginario composto di musiche e immagini. la scelta di quest’anno è dedicata ai gruppi che conobbi grazie ai video. gruppi per cui ebbi una cotta momentanea ma bruciante. come questo duo americano. però certe cose rimangono e quando ho premuto play al video, mi è partito un samba sui peli delle braccia e sono avvampato. come riaprire un polveroso album fotografico e ricordarsi, con un sorriso, come eravamo.

1982: Duran Duran
I’ve seen you on the beach, I’ve seen you on tv“. vedi sopra. in un corto circuito fra video e musica, iniziammo (plurale maiestatis) a sognare davanti a pezzi di smaccato pop e a produzioni video che a riguardarle oggi fanno tenerezza con un pizzico di nostalgia, che bastava una sabbia una donna misteriosa e una barca per volare via. inoltre i DD rappresentarono il dualismo di cartone degli anni ottanta. avversari, gli Spands. ragazzine che impazzivano per questi gruppi o che ti toglievano il saluto se le dicevi “no, guarda, io preferisco i duran“. true story.

1983: Frankie Goes To Hollywood
il giorno che uscì il loro primo album supplicai mio padre di portarmi al negozio di dischi più vicino. arrivai davanti al negozio di musica, pronto ad acquistare quello che, ne ero certo, sarebbe stato uno degli album più importanti di tutti i tempi. durante la loro unica tournèe italiana, se non ricordo male era l’86, noi eravamo in prima fila. ed è stato l’unico concerto che ho visto in prima fila. arrivammo alle due del pomeriggio per conquistare l’agognato spazio sotto a Holly Johnson che per noi era un idolo. eravamo in otto. la ghenga. poi il concerto fu incredibile ai nostri occhi vergini di palchi e conquistammo una bacchetta lanciata dal batterista e un’asciugamano con cui Holly si era terso il sudore. dopo avere rischiato di strozzare un amico durante la lotta per il possesso, la sacra sindone fu divisa in più parti, per soddisfare la necessità di avere un santino immacolato dei nostri eroi. furono dimenticati in fretta, ma fu la prima band di cui potermi dichiarare fan totale. son cose.

1984: Simple Minds
solita storia. quando parte questa canzone, o ogni brano di quel disco, mi si rizzano i peli sulle braccia. “sparkle in the rain” piaceva a tutti, a dark ferocemente neri, ai rockettari come me che mischiavano i nuovi gruppi spinti da video e dagli amici, mentre ripassavano le basi tornando indietro nel tempo e ascoltando i mostri sacri del rock (vedi precedenti episodi). quei brani pieni di ritmo e pulsioni di rock ammantato di elettronica, facevano ballare tutti, durante le prime frequentazioni nelle discoteche alla domenica pomeriggio, con mosse che scimmiottavano pesantemente jim kerry. inoltre, la batteria dei simple minds sono io sul divano fiorito della sala che cercavo di emulare la ritmica in pesanti sessioni di air-drummin’. sono anche gli anni delle prime festicciole serali e se la memoria non m’inganna fu l’anno della prima sbronza. whisky bevuto da ignorante dalla bottiglia, rimesso da una finestra al secondo piano. scene terribili, nevvero. il whisky oggi mi fa ancora schifo.

1985: The Smiths
il viaggio all’estero con la scuola e una sbronza epocale e buttati fuori dal locale parigino. compagni di scuola. la prima vacanza marittima con gli amici. sapore di sale. la gita in montagna con tutta la compagnia. vacanza di natale. l’adolescenza come una commedia al cinema. ci si divertiva un bel po’. mentre quell’altra canzone tratta da “The Queen is Dead” che parlava di bus inglesi che investivano una coppia di amici, acquistava un senso enorme.

1986: Run D.M.C.
dell’hip hop ne scrivo dopo. ricordo però che quell’estate fusi il walkmen (do you remember?) a forza di ascoltare “Raisin’Hell“, colonna sonora black soprattutto dell’ultima vacanza coi genitori. una vacanza lontana dalle solite vacanze dell’adolescenza, con un sacco di chilometri percorsi, gag con la sorella e sogni su una sedia con la seduta formata da striscie di plastica su un balcone assolato a cento metri da una spiaggia nel bel mezzo della penisola.

1987: Guns ‘n’ Roses
In quell’anno ballavamo “Faith” appoggiati al muro di qualunque casa in cui si facevano festicciole che finivano con lunghissimi limoni, fughe nelle camere dei genitori per amplessi frettolosi e appiccicosi e bottiglie rotte gettate ovunque. si era baldi e giovani, si andava nelle disco, si indossavano le prime giacche. come i “grandi” per sentirsi grandi.
c’erano gli “U2” che sparavano il disco che li renderà la big band del decennio successivo, ma secondo me il disco i dubliner l’avevano già fatto con “the unforgettable fire“. c’era Sting che faceva un disco di pop venato di jazz che era doppio ed era molto bello. e poi, c’era un pezzo che mi capitò davanti agli occhi un pomeriggio nella solita video tv. un riffone ruffiano e acchiapparello, un crescendo classico e un “Cha!” urlato. et voilà, disco rovinato dai ripetuti ascolti, la voglia di andare a L.A. a vedere quella band di poser fottuti che diventeranno ben presto ricchi sfondati e perderanno ogni tocco di grinta che avevano. e poi i “G’n’R” sono un concerto a modena nel prato dello stadio con Axl che alla fine del tutto lancia il microfono in mezzo alla folla, si sente un tonfo “tummf” sordo e il mio buddy Ciccio mi guarda e fa “forti i Guns“. eh già. e poi i G’n’R sono anche la cover band della zona che provava nella sala di fianco a noi. “Noi” era la prima band in cui suonai, facevamo cover di tutto un po’, senza una precisa vocazione, frammentate a tentativi ridicoli di autorialismo della cantante, classica bella voce in corpo grosso, destinata inevitabilmente all’oblio artistico o a qualche serata da piano bar. durante le pause conobbi i “miei Guns“. tipica cover band pura, che esegue il repertorio di un unico gruppo, credendo assai nella missione di portare il verbo musicale dei loro idoli nei localini delle province. ovviamente erano simili pure nel look. il giorno che registrarono il promo da distribuire a scopo ingaggio, avevano schermato la batteria con del plexiglass perché non rimbombasse troppo nella stanza piccola, impregnata di odore di hashish e arredata con cavi per terra e poster dei guns e di donne nude alle pareti. a provare la batteria, chiamarono me, mentre il batterista ufficiale voleva sentirne la “resa”. arrivai sui tamburi di una Tama stupenda con doppio pedale. “Che si fa?” chiesi timido. “Welcome to the jungle, la sai no, basta che prendi l’attacco…” “Tranquillo, la so“, feci temerario. il chitarrista partì con il riffone, parti’ pure io, bacchette sul charlie, cassa, tomtomtomtom, cha! funzionò, sudai come un pazzo, la facemmo tutta con il batterista che si esibiva in headbangin’ e io ero contento. la cover band ebbe un discreto successo, poi crollò sotto il peso degli anni. il chitarrista suona ancora, sempre indossando una fascia in testa. il batterista ha tre figli e ha smesso da un pezzo.

1988: Public Enemy
esce anche “straight outta compton” degli NWA. è l’hip hop. il linguaggio dei negri di strada che ci affascinava. così essenziale nei beat, così complesso nelle rhymes, così lontano che era incomprensibile. eppure sentivamo la rabbia la pulsione la naturalezza di quelle parole che venivano da un ghetto distante un oceano e una vita di esperienze non vissute. immaginavamo molto, capivamo poco di un mondo troppo distante ma che pareva sincero. un mondo -quello del rap – che venne presto soffocato dai soldi, dai guadagni, dagli atteggiamenti. un genere che si è un po’ sputtanato –  e qui mi attiro serate di discussioni feroci coi pard di sempre che tuttora seguono la musica rap – producendo gran business e gran noia. ma allora eravamo troppo fighi ad ascoltare quel tipo con l’orologione al collo & “Fight the power that beat” che era un inno…

1989: Beastie Boys
troppo avanti, troppo bravi, geniali miscelatori di generi. potrebbe finire qui, invece no. festa della scuola, l’anno prima dell’uscita di “Paul’s Boutique“, summa incredibile della negritudine musicale vista dai bianchi con aggiunta di innumerevoli influenze. dopo l’elezione del mister della scuola io e altri tre amici ci esibimmo in una esibizione live di “Fight for your right”. la sapevamo a memoria e fu un successo, quando fummo raggiunti sul palco da altri compagni di banco completamente sbronzi che saltavano e  cantavano con noi. qualche anno dopo, trasfertona a Lignano Sabbiadoro per vederli in un anfiteatro, dopo avere sbagliato strada circa sessanta volte. poi il bellissimo show al forum con la passerella su cui arrivavano dal palco a tre metri da noi e “cazzo, cazzo, cazzo, eccoli!” nemmeno fossi una fan di twilight. quest’anno doveva uscire il nuovo disco, posticipato per un problema di salute di MCA. Yo, boys. Aspetterò con fiducia incrollabile.

(…continua…)

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