Piano, solo (II)

PARTE SECONDA – SONATA PER DUE

Uno
Sono al secondo livello dei palchi, lato sinistro. Nei teatri la tastiera del piano è sempre rivolta verso sinistra guardando il palcoscenico. Ci sarà un motivo ma  qui non lo troverete. Ergo, da un palco sulla sinistra vedi le mani. Vedi  l’unica cosa che si muove di un pianista, a parte qualche ricciolo scomposto che va in levare seguendo il ritmo “allegro” e i piedi sui pedali, ma questo non sempre. Vedi come quel signore rumeno arriva, serissimo, guarda un secondo  il pubblico, accenna un inchino ingessato in una giacca scura troppo lunga, si  siede, mette le mani tre centimetri sopra i tasti, come a cercare una connessione, una comunione in quello spazio fra corpo e tasti di madreperla di  un lucente Stainway&Sons nero.
Niente spartito, quando mai. Quattro  secondi e, via.
La prima esecuzione è un elegante percorso fra pause e  lenti fraseggi nella nebbia (è il titolo della partitura) di una poco nota composizione di un pianista ungherese. Breve durata ad alta intensità.
Segue un classico del genio di Ludovico Van. L’Appassionata incanta fra strappi veloci, dita che volano letteralmente sui tasti e colpetti  col capo a seguire il ritmo, prima che la sonata si dilati in una melodia  avvolgente per poi nuovamente accelerare, quasi nervosa, sempre controllata.  Il tutto dura una mezz’ora circa al termine della quale un tonante applauso viene riconosciuto dal pianista con un altro breve serissimo inchino e una  pausa di una decina di minuti.
Al rientro sulla scena, l’ultima partitura è un brano di Schubert diviso in quattro movimenti. Dall’alto del palco entro in uno dei miei giochini preferiti di queste serate pianistiche, ossia  trasportare teatro, piano nero e pubblico variegato, nel milleottocento, rivivendo le differenze di rango sottolineate dalla posizione nel teatro, dove si era più o meno importanti a corte a seconda della vicinanza al palco regale, quello centrale, che ora è occupato non più da teste coronate ma da occhialuti tecnici del suono, mentre in platea sta(va) il popolo, ora stanno i  più abbienti. Anche il linguaggio assume toni di un tempo che fu e mi perdo completamente in visioni, sogni e pensieri altalenanti, la testa si svuota di  tutto e vola letteralmente via, accompagnata dalla melodia in un incessante accavallarsi di immagini a seguire note a tratti infiammate, a momenti placide e carezzevoli.
Il pezzo finisce, altro boato, altro lieve inchino. Ci vuole un bis ed è un breve ma intenso lento brano di romantica bellezza come ad augurare la buonanotte. Il pianista si inchina sul serio stavolta, riceve un  mazzo di fiori e abbozza l’unico sorriso della serata. Bene, grazie. Presto,  ancora.

Due
Sakamoto San. Uno dei pochi interpreti pianistici che si  possono considerare rockstar poichè hanno un seguito che non è solo di culto fra appassionati ma anche di massa causa incursione del signor Ryuichi nel cinema come compositore di colonne sonore oltre ad avere firmato arie che tutti, perfino quelli che il pianoforte che palle, conoscono dopo quattro accordi. Merito forse della pubblicità, forse dei modi strani in cui certa musica entra di soppiatto nell’immaginario collettivo, chissà. Non è che io sia un esperto delle composizioni del nipponico signore, però qualcosina lo conosco e spero che faccia quel brano là (quello in testa a questo post).
Sul palco ci sono due pianoforti, quasi a contatto come ad abbracciarsi, come fosse una battle royal fra pianisti dove però suona solo uno. Pubblico delle grandi occasioni, teatro esaurito,  pubblico anche molto diverso dalla sera (post) precedente. Molti giovani, molta gente che sente la serata di gala. E’ la prima italiana del nuovo spettacolo e c’è un’atmosfera di grande attesa. Che sarà ripagata in maniera spettacolare dal signore in completo presumibilmente armani e splendido capello bianco.
L’inizio spiazza un po’ molti. I primi cinque brani sono una sorta di sperimentalismo piano-prog con poche note suonate, molte note ripetute ad libidum, un giro melodico che diventa nenia ripetitiva.
Il maestro suona e suonerà per tutta la serata soltanto il piano nero. Quell’altro è in pratica un delay a grandezza naturale per certe note, solitamente quelle suonate con la mano sinistra, l’accompagnamento. Infatti, stavolta niente mani, perché seduto sul lato destro della platea, vedevo solo la tastiera del piano-delay, con i tasti che si muovevano apparentemente in sincrono, come se ci fosse un fantasma a replicare l’abilità del compositore. Il pubblico è in fibrillazione, non sa bene come reagire alle colate di elettronica ad alta fedeltà e basso impatto ambientale (*) e dai rumorismi che fanno da contrappunto alle brevi melodie.

Poi, inizia la parte per cui siamo tutti lì. Ossia una carrellata di un ora e mezza fra vecchi successi e brani sconosciuti. Melodie rarefatte che avvolgono come liquido amniotico, note che si susseguono come piccole palline di mercurio che  prendono il volo sopra di noi per poi atterrare da qualche parte, dentro, lasciando un solco di privata emozione. Qualcosa di vagamente indescrivibile, come il rapporto che si crea fra l’artista solo sul palco e quello che trasmette. In questo caso con l’aiuto di video poco invadenti alle spalle, che proiettano righe geometriche, foto sgranate, onde fluo di colore, qualche parola di saggezza nipponica o tibetana a scorrere.

Poi si ferma, i capelli scivolano davanti agli occhi per un inchino unico e profondo, un cenno di saluto ed esce. La scena si ripete cinque volte, distrubando un po’ il continuum emotivo ma starei (oserei, staremmo) lì altre due ore ad ascoltare quell’omino piccolo e concentrato riempirci di melodia, tenerezza, speranza e gioia.
E, giuro, non esagero. Uno dei concerti, all genres included, più emozionanti di sempre.
Dopo l’ultimo “regalo” che è il tema “The Sheltering  Sky“, Sakamoto San fa l’ultimo inchino e se ne va. Restano i pianoforti,  quello dove era seduto e quello dove era seduto il fantasma e un applauso chilometrico mentre le luci si accendono e la magia, da qualche parte, rimane.

Peccato non avere davvero studiato il pianoforte. Fortuna avere recuperato in qualche modo, frastagliato e ignorante.
Plin Plin.

(*) : nel primo brano, avvolte da rumore electro si sentono, e si leggono sul video, le parole di un abitante della Groenlandia, che spiega come sia davvero un problema il  riscaldamento globale. Insomma, Sakamoto San “c’è” nella lotta per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi “verdi”.

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