Piano, solo (I)

PARTE PRIMA – INTRODUZIONE

Per me questi cazzo di anni zero (cit.), un significato, almeno dal punto di vista musicale, ce l’hanno.
Dev’essere stato proprio all’inizio dell’anno duemila che timidamente mi sono avvicinato alla musica jazz. Il rock si era esplorato in lungo e in largo e naturalmente non si è abbandonato. Funk, blues, il famigerato generone indie, check, check, check. Sarebbe bello, fosse vero, scrivere che il primo disco di musica jazz che ascoltai fu “A love supreme” di Coltrane e me innamorai. No. Lo ascoltai, vero, ma ci capì ben poco allora. Non ricordo quale fu il primo disco jazz. Ricordo che il primo approccio fu da completo ignorante in materia e da totale autodidatta. A simpatia, a caso, cercando a tentoni nel enorme repertorio del genere, iniziai ad ascoltare qualche mostro sacro e ad assistere a qualche concerto. Mi piacque fin da subito la formula del trio classico. Piano, contrabbasso, batteria. Naturalmente è lo strumento a coda ad essere l’attore protagonista di questa formazione. Un bel dì incontrai nei miei ascolti un pianista americano che nei suoi dischi osava proporre cover di brani rock di successo con una spiccata predilezione per i Radiohead. L’incontro fra il piano di Brad Mehldau e le melodie del quintetto di Oxford mi colpì molto. Poi arrivò “Live in Tokyo” disco di piano solo con composizioni lunghissime e divagazioni a non finire su standard jazz che comprendeva però anche una toccante e strepitosa esecuzione di “Things behind the sun” di Nick Drake e una enorme, antologica, versione di “Paranoid Android“. Diciannove minuti e mezzo di percussioni sui tasti e cambi di tonalità. Ora, se uno resiste, anzi ascolta con gusto questo pezzo, direi che è definitivamente dentro al mood del “piano solo“. Un paio di blitz a festival jazz senza perdere alcun concerto in programma con un tipo seduto a strimpellare et voilà.
Avevo trovato una nuova passione musicale.
Addirittura, mi lanciai nel tentativo di imparare a suonare lo strumento, inseguendo fatui sogni di essere io, un bel dì, sopra a un palco con la gente in religioso silenzio in attesa di capire quale sarà la direzione dell’interpretazione, fino alle ultime note di un brano, quando l’applauso scrosciante riempiva l’aria fino a quel momento occupata soltanto da note in bianco e nero.
Dopo qualche mese abbandonai, provato dal troppo impegno, da trovare in mezzo ai tanti impegni del periodo, che richiedeva lo studio dello strumento. Non abbandonai però la ricerca di pianisti da ascoltare. Fortunatamente nella mia zona ci sono varie possibilità per assistere ad esibizioni di affermati o sconosciuti piano players, sia un teatro con una pogrammazione dedicata, un locale gestito da appassionati, un festival di richiamo regionale. McCoy Tyner, Oscar Peterson (un gentile vecchietto che suonava praticamente con una mano sola causa anzianità, anche se sembrava avesse otto dita, quella mano), lo stesso Mehldau, il nostro Danilo Rea e tanti altri. Ah, ho visto anche suonare Allevi, prima che diventasse famoso e che si montasse un po’ la testa. Sempre per caso, in una piccola chiesa in una piccola città, era quasi impacciato di fronte a una sessantina di persone. Come si cambia…sto divagando.

Il passo successivo è stato l’ascolto di interpreti di musica classica che si esibiscono in solitaria. Partiture di tempi andati e 88 tasti. Sempre più difficile. Altro pianeta, la musica classica, spesso considerato polveroso nel senso letterale del termine o comunque inaccessibile a chi proviene da una educazione rock’n’roll, un po’ per la scarsa conoscenza della musica che indubbiamente aiuta la comprensione e l’ascolto, un po’ per un certo elitarismo della stessa musica. Tutto sbagliato, poichè la musica classica di oggi è stata per secoli, anche, la musica popolare per eccellenza. Divago e mi sto infilando in un ginepraio, lanciandomi in affermazioni che qualcuno un filo più conoscitore di me, potrebbe sbugiardare in tre righe (ci fosse e capitasse qui per caso, i commenti sono lì, benvenuto).
Comunque, da un paio d’anni ho iniziato a frequentare anche i concerti di pianisti con repertorio classico. Con grande soddisfazione, nonostante rimanga un ignorante totale in materia.

E qui approdo a oggi. Dove in quattro giorni, assisto a due concerti di piano solo. Restando ammaliato, stupefatto,  emozionato, sorpreso e contento, comprendendo, infine, come certi processi di ricerca abbiano un significato,  un senso, non solo musicale forse, che va oltre la ricerca o la casualità.

(segue…)

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