Musicarella Recap (Gennaio-Agosto)

Era un po’ che dovevo scrivere questo post a mia futura memoria, per quando andrò a redarre la magica superclassifica di fine anno e per ricapitolare un po’ cosa si è ascoltato finora. Peccato che l’ozio estivo mi abbia sempre fatto rimandare. Ora è il momento, con l’estate ormai al termine e l’inizio di un autunno che porterà altri dischi importanti che probabilmente rivoluzioneranno molti giudizi parziali.
Prefazione: la longevità musicale, la ripetitività degli ascolti legata al gradimento crescente di un disco, diventa sempre più un metro di giudizio importante. C’è tanta di quella roba in giro che è difficile trovare qualcosa che veramente colpisce, album che resistono più del tempo di qualche distratto ascolto o che passate due settimane non siano già finiti nel dimenticatoio. Ecco. Ma questo è un discorso che potrebbe diventare complesso e si rimanda a data da destinarsi.
Si diceva…album che finora hanno lasciato un’impronta nelle orecchie, e non solo….
Dritti nei nominati per la Top Ten (ossia, dischi che si amano già)
The Pains of being pure at heart: come un ventenne hipster mi sono letteralmente perduto dentro allo shoegaze vagamente melò eppure gioioso di questi giovanotti, in procinto tra l’altro di pubblicare anche un EP. Visti a Barcelona, anche dal vivo funzionano.
Other Lives: dalle campagne dell’Oklahoma, una gemma sconosciuta, una sorpresa di rurale folk, spalmato su melodie di pianoforte, voce sofferta e aperture ariose.
Fanfarlo: echi pesanti degli Arcade Fire con cantato à là D.Byrne per un disco di eccellente pop con sfumature naif, sospeso in un sogno di armonie gioiose e coretti perfetti. Forse, il disco rimasto più in “heavy rotation” finora.
Art Brut: bè, provate a stare fermi ascoltando questa serie di brani pieni di energia, rock, ironia. Eddie Argos potrebbe essere una rockstar ma non ne ha voglia, di sicuro è un grande entertainer e questo per me è il disco migliore della band.
Balmorhea: una delle belle cose di essere appassionati di musica è scoprire per caso un gruppo ed innamorarsene quasi subito. Come se quella band sapesse cosa dirti e come dirtelo. In questo caso, con emozionanti composizioni, fra chitarre acustiche, pianoforte, violini e poche voci. Folk da camera pensato per spazi (non solo fisici) aperti. Però loro ne scrivono meglio.
Great Bloomers: canadesi, sconosciuti, recensiti da…nessuno, debuttano con il disco che tutti i bagni della romagna dovrebbero mettere in heavy rotation al posto del tumtumztamarro o delle ugole noiosamente italiche. Raffinato pop, easy listening, da ascoltare in ciabatte e non solo.
The Fiery Furnaces: strano come gruppi che di solito si snobbano, poi, improvvisamente, arrivano alle spalle e ti colpiscono, con un album ricco di deliziose canzoni pop mai banali che si insinuano sotto pelle, con un cantato strepitoso.

Ah, l’amour (musicisti che hanno già un posto nell’olimpo personale e che hanno sfornato nuovi dischi)
Beirut: spiazzante e artistoide miscelatore di stili e melodie, il nostro ha pubblicato un disco diviso fra marcette a tempi di valzer in salsa messicana con un sacco di trombe (registrate proprio con una band col sombrero) e tentativi di approccio musical-electro. Bene la prima parte, così così la seconda.
Gomez: band piena di talento forse inespresso che continua a sfornare dischi di classe seppur non originalissimi ma che inevitabilmente crescono dopo vari ascolti. Anche con “A new tide” si confermano ad alti livelli, con un gruppo di ottime canzoni ottimamente arrangiate. E pazienza se sono snobbati da molti web critics.
And you will know us by the trail of dead: dopo il non eccelso “So divided” tornano con un album che è la summa delle anime romantiche e hard rock che si fondono nel gruppo, raggiungendo a tratti momenti mirabili. Poi, io sono fan, quindi non vale. Live spaccano sempre.
Morrissey: un disco secco, rapido, senza fronzoli con canzoni energetiche e godibilissime cantate col solito carisma e sostenute da una band di grande impatto. Inchino per un paladino del rock.
Dan Auerbach: in libera uscita dai Black Keys (che qui si adorano) spara un disco di blues fra ruvidezze e carezze arpeggiate molto buono, col difetto di essere troppo lungo e di perdersi a tratti. Comunque da segnare.
Wilco: se non conosci i Wilco…bè, conoscili. Io non dico altro che: solito bel disco (e “solito”non è un diminutivo) e solita classe, incluso bonus di duetto con Feist. E li vedrò, finalmente, a novembre. Yuppi.

Belle cose (consigli, sorprese, cose da valutare ancora, miscellanea)
Barzin
: uscito presto verrà probabilmente dimenticato, ma è un corposo disco pieno di ballate delicate e malinconiche con una splendida voce. Ottimo per certe serate dopo mezzanotte e passeggiate al tramonto. Meno ottimo da ascoltare se avete problemi di ammore.
Lee Field & The Expression: il disco R&B della stagione. Old school, good school. Niente di nuovo, ma un disco nero come il carbone e pieno di passione e richiami soul 70’s.
Japandroids: duo chitarra satura di riverbero e batteria pestona e grinta. Niente di nuovo-bis, ma per me sono preferibili a tante altre band simili. Non proprio il mio genere ma ogni tanto qualche sberla ci vuole.
Regina Spektor: il disco più accessibile, non vuol dire sia un brutto disco. Anzi, anche in questo ci sono ottime canzoni e sempre quella voce (e quel piano) lì. C’è poco altro da dire…
The Dead Weather: jack white torna ad inzupparsi in un side projects (che ormai funzionano meglio del duo con meg) pieno di blues sporco, adrenalinico e sexy, supportato da solit(d)i amichetti e dalla presenza di Ms.Moffett che funziona, eccome.
Magnolia Electric co.: se fosse stato un disco con dieci canzoni (che rimane LA lunghezza di un album) sarebbe stato un capolavoro. Invece è troppo lungo e compare un po’ di ripetitività, essendo una collezione di ballatone soft-rock, intrise di songwriting di alto livello.
Jay Reatard: bam bam bam. Canzoni spesso sotto i tre minuti, sprigionanti gioia, grinta e gigionaggine garage rock. Jay ha talento e forza espressiva. Si ascolta da poco ma si presume salirà ancora nel gradimento.
Reverie Sound Revue: canada + dreamy pop + voce femminile suadente = you got me. Gruppo sicuramente derivativo che essere canadesi conta e si sente, ma resto sempre incantato quando li ascolto. Semplici ma sofisticati, carezzevoli ma non privi di brio. Una gradita scoperta.
The XX: ventenni un po’ dark, con deep deep bass. al primo ascolto: “uh-uuuhh”. secondo ascolto: “uuhhhh”. al terzo “uuh..però anche mmmhhh”. Siamo ancora in fase di giudizio, almeno tre pezzi sono favolosi – Shelter poi è uno dei pezzi più belli dell’anno, sicuro – il rischio è che il disco dopo un po’ annoi. Vedremo. Comunque un ottimo esordio come dicono tutti quelli che scrivono bene di musica.

Poi, giochino personalissimo: derby musicali.
(accoppiamenti arbitrari per scrivere di altri dischi, alcuni andrebbero piazzati nelle categorie sopra indicate, ma è per cambiare un po’ che sta venendo una roba lunga…)


Sonic Youth
vs. Dinosaur Jr. (old skool rulez)
La storia della musica rock si ripresenta. Vincono i sonici perchè fanno un disco immediato all’ascolto ma di grande presa e perchè Kim Gordon è Kim Gordon. Mascics& co. si consolano con qualche pezzo davvero notevole (es.: “Plans“) nella loro solita proposta fuzz&tiro, a tutto volume.

Florence & the machine vs. Bat for Lashes (beutiful voices from GB)
due signore che faranno (spero) parlare molto di loro. Fra due voci stupende vince la Flo perchè il suo disco non l’ho tolto per due settimane dal lettore, colpa anche di molti brani con ritmica vagamente tribale e di ritmi più alti. L’album di Bat (si chiama poi Natasha Khan) invece dopo un po’ mostra la corda, anche se è un disco effettivamente molto bello, raffinato e carico di atmosfera. E dal vivo è pure brava.

Phoenix vs. Passion Pit (danzereccismo pop, ugole bianche)
I francesi soccombono agli ammerigans grazie al falsettone di questi ultimi e a melodie che resistono di più all’usura e a maggiore fantasia. Ossia, i Phoenix fanno un disco carino ma dimenticabile a parte un paio di singoloni, i Passion Pit li ascolto ancora, dopo mesi, ancora emulandone il falsetto e muovendo la testa sempre.

Grizzly Bear vs. Dirty Projectors vs. Animal Collective (artypopindiejam)
Questi tre dischi domineranno le classifiche di fine anno. Sono pieni di coretti a gò-gò e voci che si rincorrono fra melodie sghembe, marmellate electro, arpeggi folk. Musica “indie” dura e pura, da ascoltare più volte per ambientarsi e per poi raccogliere gemme di canzoni inaspettatamente ricche di sfumature, col contrappeso di un po’ di noia che qua e là fa capolino. Nel mio recap finale non ci saranno perchè sono troppo old school per apprezzare fino in fondo questo tipo di gruppi, mh… “arty pop”?? Dischi suonati e cantati abilmente, ma forse troppo pensati, troppo cerebrali nelle loro sovrapposizioni sonore e con un filo di compiacimento di troppo per non essere facilmente accessibili. Dei tre, al momento scelgo il disco dei Grizzly Bear per il bel mood rilassante che lo pervade. E per “Two weeks“, pezzo killer.

Bonnie Prince Billy vs. Iron & Wine (chitarre con la barba)
non manca stagione senza cantautore barbone. Non barboso eh, barbone. Ecco, in questa stagione ho riscoperto le chitarre e le vocette di questi due tizi che si divertono a strimpellare pensierosi o quasi allegri. Per ora è un pareggio, ma scommetterei sul secondo…

Lightning Bolt vs. Pink Mountaintops (side projects section)
I Black Mountains sono una matrioska e dal loro stoner rock spuntano progetti paralleli interessanti. Entrambi al secondo lavoro, se non sbaglio, entrambi capitantati dalle voci dei BM. Vince la voce femminile che regala brividi nelle ballad impregnate di folk psichedelico dei fulmini scintillanti contro il comunque ispirato lavoro alt-rock di McBean, cantante nonchè “motore” dei BM.

Arctic Monkeys vs. Franz Ferdinand (la prova del fuoco)
Il terzo album per una band che ha fatto “boom” all’esordio, è notoriamente il più impegnativo, perchè il secondo lo hai fatto col pilota automatico sulla scia del successo e perchè se sbagli il terzo, rischi di scivolare nel limbo di quelli che erano bravi e cool. Se lo centri allora potresti rischiare di finire nella storia (con la S minuscola). I primi non lo sbagliano cercando nuove traiettorie, rallentando e pensando di più, andando meno dal barbiere e tenendo uno dei batteristi migliori in circolazione. I secondi fanno il compitino, con qualche divagazione electro, risultando infine monotoni. Quando provano ad andare fino in fondo (Lucid dreams) si aprono nuovi orizzonti, ma è solo un abbaglio. E poi Turner&co. mi sono molto più simpatici.

Fatto, mh, potrei avere dimenticato qualcosa…
I commenti sono lì anche per quello.
Seconda parte, direi a fine anno….

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