how to disappear ecc…ecc…

E l’altro giorno non ci volevo andare che avevo il naso smoccioloso e smoccolante e non mi sentivo per niente bene.
E poi ieri meglio, e poi una tachipirina ingollata quasi a secco e via verso bologna dove il traffico era dopato dalla fiera del nostro comprensorio e sovraccaricato dai più o meno giovani diretti all’arena posto sempre in bilico fra l’orrendo e il ‘non male’ e poi pedoni che attraversavano ovunque, bagarini che si protendevano verso finestrini chiusi con dentro stanchezza, speranze commerciali mal riposte e “siamo in ritardo” e poi la disorganizzazione italica con bonus di baracchine circa abusive che non manca mai di sorprendermi e poi file casuali, tentativi di sgamo, niente di nuovo tranne braccialetti come cotillons per essere stati quelli previdenti che volevate andare in piazza maggiore e invece niente, toh eccoti un bel braccialetto, tipo quelli che danno ai festival fighi, che però qua “ma a cosa mi serve?” “a niente ma mi han detto di metterli io li metto” così caratteristico che sembra una cartolina, accento compreso e poi dentro, fra polvere e sorrisi di attesa e file per piadine secche e linee dell’internet che non vanno che “le han bloccate loro non vogliono live IN instagram” “ma no saran sovraccariche che qua siam tutti alternativi con lo smartphone“, e poi Caribou che “sembra di stare al Papeete sembra cafè del mar vai via” oppure “figo peccato che qua perde un po’ di senso“, noi balliamo parlottiamo scattiamo foto adolescenziali che fan sempre buono e poi sono inglesi puntuali ‘Lotus Flower

I fottuti Radiohead che poi si portano dietro discorsi sulla svolta di ‘kid A’, sulla svolta commerciale di ‘In Rainbows’, su svolte che certe vite han preso mentre si ascoltavano e che poi io pur ascoltandoli da ‘Creep’ “no, non la fanno te lo giuro” non ho mai visto dal vivo, eccoli lì, il berlosco, il geniale e suo fratello e  quell’altro chitarrista che non ricordo mai come si chiama e il batterista che piace un bel po’, eccoli lì,  che poi son anni che sono in giro, una band pericolosa che come disse una volta un mio amico “se ti metti ad ascoltarli poi non smetti più, come droga buona” sempre stato d’accordo, ne vorresti sempre per stare comodo fra le pieghe di accordi che conosci a memoria, per nasconderti nella malinconia della loro musica che ti è capitato tante volte di indossare come un vestito protettivo, che poi però lo  stesso vestito si trasforma addosso e prende le tue pieghe e diventa comodo per camminare in mezzo a tutta sta gente, “va là che se lo facevano in piazza era meglio” “eh lo so stai sempre a dire le stesse cose” è che poi la malinconia a un certo punto si trasforma e diventa leva per alzarsi e uscire dalle coperte, magari un po’ traballante un po’ cencioso e sicuramente non pronto per seguire il flusso, però vai che poi le canzoni son sempre lì pronte per l’ennesimo repeat.

Sopra di loro in costante movimento uno specchio spezzato in dodici riquadri perfetti. Sembrano magneti. Piastrelle quadrate. Attirano immagini delle facce sul palco, particolari degli strumenti.
Un simbolo della pace su una chitarra. Bacchette che rullano. Auricolari su colli lucidi. Barbe sudate. Scarpe coi lacci. Volti concentrati. Un vortice mutante di colori sovrapposti. Francobolli di immagini da decifrare nel quadro più grande. Dietro, pannelli che esplodono di luminescenze. Pixel morbidi che disegnano linee di un battito cardiaco collettivo, diverso accelerato, indistinto, inesplorato, tracciano blocchi di codice, di linguaggio forse nuovo che nasce e scende a cascata, interagendo con la musica.

Già, la musica. E le canzoni che trovi asciugate dalla malinconia, ricoperte di riverberi e strati di synth, rivestite da battute di rullante, ripiene di drum machine, mentre una lente di passi di danza filtra molti brani dando un nuovo ritmo senza perderne l’essenza che è soltanto nascosta, come frantumata sotto i pixel, sotto le battute con l’essenziale o quello che pensi sia essenziale là sotto dove comprendi ancora che la voglia di sparire completamente (se lo chiedeva ieri attimo) ti può prendere sempre anche all’improvviso anche in mezzo a, boh quant’eravamo? ventimila? di più?
E allora bastan tre note per dimenticarsi della gente tutt’intorno della gente che siam stipati dove andate tipe basse che non ci vedete niente manco se andate tre metri più avanti li mortacci vostri e comunque basta chiudere gli occhi per sparire in uno spiffero di vento che mi ricorda che questo è davvero l’ultimo giorno di un’estate caldissima che manca già mentre mi volto e vedo l’arena polveroso contenitore e mi sembra di essere in mezzo a un mare di visi stanchi e attenti e la collina con altra gente come un’onda ferma anche lei a guardare lo spettacolo in un frame fossilizzato un momento perfetto prima che il mare finisca a formare una nuova linea dell’orizzonte con sopra un cielo blu scuro e in mezzo una piccola luce di luna che scompare anche lei lentamente dietro nuvolette lanuginose come a salutare.

E siam già ai bis, con la doppietta ‘House of cards’ ‘Reckoner’ che poi ‘In rainbows’ è uno degli ultimi dischi davvero importanti, a parte la faccenda del paga quanto vuoi. E poi i saluti, e son passate due ore non sembra e non sembra nemmeno possibile mi possa essere piaciuto così tanto questo concerto.
Esco lento nella polvere, nel sudore stantio sopra le teste, nei commenti che non ascolto, guardando piccole monete rimaste appese agli schermi magnetici, piccoli buchi di luce che girano filtrano forse da un futuro.
E forse davvero everything ma secondo me no everything speràm everything in its right place.

Set list
Foto belle
Jonny FAIL (riderone)
Paranoid Android bella lì

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One thought on “how to disappear ecc…ecc…

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