upupa sings when Brad ‘plin plings’

C’è una lunga via all’inizio del paesello appollaiato sulle collline punteggiate da grosse rotoballz di erba secca.
Stasera è chiusa per l’evento della stagione.
C’è una villa che è un monumento, una costruzione dell’ottocento illuminata da luci che la inondando di colori.
Stasera è aperta per fare da sfondo all’evento della stagione.
C’è un prato con sedie di plastica non propriamente comode. Lentamente arrivano appassionati di musica e persone che non possono mancare. C’è dell’allegria nell’aria, molti bei vestiti, qualche gioiello inaccettabile (soprattutto sonagli scampanellanti portati come braccialetti che daranno un lieve fastidio durante il concerto).
Ai lati del prato c’è un baretto gestito da true umarells.  Servono birra calda che un po’ di disorganizzazione col sorriso fa parte del prezzo comunque modico e un misterioso spritz emiliano che scopriamo essere vino bianco gasonato e fragolino mischiato a cuboni di ghiaccio. Come bere un dentifricio per bimbi gelido alla fragola.
Arriva il buio. Si sente in sottofondo il verso di un uccello. Un ritmico ‘Uh-uuuh’. Non sappiamo niente di ornitologia, spariamo una battuta. ‘E’ un’upupa’. (mh, mi sa proprio di no)
E’ più facile sia un merlo o una tortora. Fatto sta che ritma il suo disappunto, pare scocciata, appollaiata su uno degli alberi che circondano il prato, disturbata da tutta questa gente, dalle luci, lei che sicuramente durante le altre sere se ne sta bella tranquilla col suo canticchiare nel buio profondo, al massimo distrurbata dal rumore di sottofondo delle macchine che passano.
Poi arrivano loro. Lui è l’uomo a cui devo il mio innamoramento per la musica jazz (era il 2003…ma è un’altra storia). Gli altri sono i suoi partner, la sezione ritmica che lo accompagna su dischi preziosi e live eccellenti.
Appena escono sono infastiditi come la nostra upupa (sì, lo so che non è un’upupa) dal suono in lontananza di una qualche giostra paesana. Un tunz tunz maranza che notiamo anche noi. Per un secondo Brad si ferma e pare dire ‘What’s that shit?’. Per un secondo io penso ‘Sta a vedere che si inventa una mossa alla Keith Jarrett’ (l’altro responsabile del mio innamoramento per il jazz ma è sempre un’altra storia)
E invece Brad è troppo un fico e inizia. Quattro note e via, la sezione ritmica lo segue costruendo intorno al suo piano mura forti e avvolgenti di ritmo. Due pezzi veloci e meravigliosi, due brevi inchini al pubblico. Il suono che non è perfetto, non siamo a teatro, è tutto aperto, il prato, la villa, la strada alle nostre spalle e il suono risulta un po’ piatto ma è lo stesso. Anche l’upupa (ok, non è un’upupa) sembra capire il perché di tutto questo baccano nella sua dimora e inizia a civettare e fraseggiare col trio. Noi ci emozioniamo quando parte il primo lento, uno swing che ha la morbidezza vellutata di una carezza necessaria, quello che ci voleva, tanto che anche una nuvola si sposta e appare una stella solitaria sopra alla villa, come un faro lievissimo a illuminare il trio. Che poi prosegue nella sua maestria mentre altre stelle attirate dal suono arrivano a punteggiare il cielo reggiano. Ballard alla batteria sa essere un treno iper veloce che gioca col charleston e dopo un attimo sa cesellare gemme morbide dai piatti, Grenadier suona pulito ed elegante, profondo e coinvolgente cantando col suo contrabbasso, contrappuntando i fraseggi del suo boss alla tastiera.
Lui, stasera senza camicia ma con una maglia hippie style e calzoni larghi di lino, suona come sempre con la schiena ritta e rigida tanto come le sue dita sono agili e mobili sulla tastiera a raccontare melodie preziose, come quando attaccano un brano blues profondo come le pozze di fango sul delta del Mississippi eppure morbido come un abbraccio grande. A metà brano Brad viene lasciato solo in un improvvisazione lunga e toccante. Perfino l’upupa smette di cantare ed ascolta. Poi riparte lo shuffle delle spazzole e si va verso la conclusione. Molta gente si alza, hanno già fatto un bis e decide che il concerto è finito. Anche l’upupa tace e si chiede se è finito dal suo albero nascosto. Invece escono ancora e attaccano l’ultimo pezzo. E’ ‘Still crazy after all these years’. E’ una delle mie canzoni preferite della vita, ne fanno una versione simile al disco che racchiude tutto il sound di questo trio. Classe, sapienza ed emozione, sciolte in un feeling a tre di squisita bellezza.
Poi finisce davvero, il trio se ne va, inghiottito dalle colonne della villa, noi siamo contenti e ci regaliamo una birra nel frattempo diventata fredda.
L’upupa è stanca di tutto questo cantare e se n’è andata dormire. Fino al prossimo concerto sul prato nella via chiusa di fronte alla villa monumentale, la prossima estate. Non vedo già l’ora.

Update: come mi ricordano nei commenti da altra parte, il primo brano del concerto è stata una versione fantastica di ‘Hey Joe’.  

2 thoughts on “upupa sings when Brad ‘plin plings’

  1. Se nel buio una presunta upupa inizia a civettare, è perché, molto probabilmente, in realtà è una civetta. Bellissimo post, avrei voluto esserci ma già il racconto è efficace per l’atmosfera. (Sulla copertina di Anything Goes c’è un’immagine della fontana di Bethesda a Central Park, una delle cose a me più care al mondo. Se hai visto Angels in America sai già perché. Instacuori, etc.)

    • devo ripassare ‘Ornithology 101′, indubbiamente ;)
      indubbiamente bis: instacuori a pioggia, chiaro…

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