Hasbrò vs. Ghibli

Vertgigio_nodataHo visto “G.I.J*e” e “Totoro”. Il primo è brutto, il secondo bello. Il-mio-vicino-Totoro-Poster-Italia_mid
Lo scontro, naturalmente arbitrario, fra mondi diversi, a seguire.
La Hasbro è una ditta che fa giocattoli.
Ora questi giocattoli sono diventati giocattoloni in celluloide e la multinazionale  si è fatta la casa di produzione (con logo orrendo).
La Hasbro riempie l’immaginario collettivo, inondando il mercato di robottoni e soldati bumbum in film bambam con merchandising a pioggia, in una produzione seriale di film tutti uguali, bruttini e vagamente stupidi.
Prendiamo questo con le forze super speciali super addestrate super equipaggiate super segrete, dell’esercito Usa e confrontiamolo col film coi robottoni di qualche mese fa.
Sono uguali. E sono brutti.
C’è la sadica tendenza a distruggere monumenti (qui la torre Eiffel, là piramidi a caso)
. C’è la bellona con storia d’amore con l’eroe, anche se la parruccona nera a Sciena Miller non dona.  C’è l’eroe interpretato da giovane attore che qui è un tizio che ha il collo taurino e un’espressività vicina allo zero assoluto.
 C’è la storia che fa quello che vuole, uccidendo senza rimorso la logica, in compagnia di battute di bassa lega e con la sceneggiatura che introduce spiegoni da passati che ritornano con lo scopo di inframezzare il susseguirsi delle innumerevoli esplosioni. C’è l’ex attore famoso che fa un ruolo vergognoso, glielo avessero proposto quando era famoso un copione simile l’avrebbe bruciato con disprezzo. 
C’è il negro (o il robot che si comporta come un negro) che fa le battute simpatiche che non sono simpatiche. 
Ci sono momenti di involontaria ilarità, montaggi adrenalinici e virtuosi, utili spesso per perdere il senso di una lotta (pugnoni fra robottoni o sciabolate dei ninjoni). 
Ci sono effetti a pioggia musicati da adrenalina sonora in chiave rock trash. C’è il finale alla volemosebbene con due indizi buttati con la grazia di una martellata sulle dita, su un sicuro sequel.

Fra i due, vince a sorpresa questo coi soldatini. Per la lunga scena d’inseguimento in centro a Parigi dove distruggono un sacco di roba e dove il film è quello che vorrebbe essere, un videogame senza alcuna logica nè fisica nè narrativa. Meglio questo che gli spiegoni e la noia del “caduto”.

Lo Studio Ghibli è lo studio d’animazione giappo creato dal “maestro” dell’animazione nipponica Miyazaki.
Ora, io non sono mai stato un lettore di fumetti, nè appassionato di manga e di storie orientali. Però, quando passavo i pomeriggi a tirare i codini a mia sorella e a guardare cartoni, ho visto “Heidi” e “Lupin”. I disegni (detto da un super ignorante in materia) non sono cambiati molto, ma, ecco, Miyazaki ha fatto anche quelle cose là, poi ha fatto molti film che spesso non sono passati dall’Italia.
(sappine di più, se ti va)
Come questo “Totoro”, uscito nel 1988 e distribuito ora, presumo dopo il discreto successo ottenuto da “Ponyo“. Ecco, Ponyo e Totoro, nomi che fanno già sorridere solo a pronunciarli, con la bocca a forma di “o”.
Il mondo nippo-Ghibli è un mondo antico di case nelle campagne o a strapiombo sul mare; gocce di pioggia che fanno cerchi perfetti nelle pozzanghere; una natura enorme; bambine e bambini che urlano moltissimo; bambine e bambini che corrono moltissimo; madri coi capelli corti e neri; genitori premurosi; nonne da adorare e una umanità che scivola nella gentilezza e nella comprensione reciproca.
Ci sono sorrisi coinvolgenti, occhioni stupiti per scoperte sconvolgenti, onde con gli occhi, autobus felini con gli occhioni, risate sincere che arrivano spontanee dallo schermo e dalla platea, conquistata dalla semplicità della poesia che avvolge una fantasia da amare in storie sottili come carta velina, ma piene di immagini da sogno e immaginari con pesci mutanti coi capelli rossi o animaloni che sembrano di peluche.
Ho riso molto con la favola di “Totoro” e mi sono quasi commosso con “Ponyo” che quindi ho preferito, forse anche perchè è un cartone un po’ più per adulti rispetto a Totoro.

Lo Studio Ghibli riempie le sale in Giappone, non sfiora l’immaginario collettivo dell’emisfero occidentale rimanendo un prodotto quasi di culto, di qualità ed eleganza antica, che si aggrappa a gentiluomini distributori per conquistare settimane di programmazione con orari non sempre accessibili, contando sul passaparola di chi concede una possibilità a un mondo e un modo diverso di pensare e realizzare cartoni, puntando sulla semplicità, la poesia, l’emozione, i sorrisi contenti che i loro film strappano spesso durante la visione.

Per farla breve, si può dire che la filosofia delle due case di produzione si coglie ed è evidenziata dalla musica che accompagna i titoli di coda.
Da una parte schitarrate tamarre di un rock inutilmente grezzo seppur iper prodotto, dall’altra canzoncini infantili plinplin, filastrocche adatte per uscire dalla sala in fila tenendosi per mano, quasi.

Alle prossime produzioni, signori.

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