E’ il giubbotto pieno di cuciture, rattoppi, rammendi di nastro adesivo.
E’ il sibilo dell’auricolare come un dolore costante, forse un tenue ma lancinante grido di aiuto rivolto verso nessuno.
E’ la faccia segnata e gonfia di colpi, di ferite, disillusioni.
E’ la macchina da presa piantata sulle spalle. Spalle grosse, palestrate, vitaminizzate, cadenti, pesanti, stanche. Spalle che reggono l’unica prospettiva possibile. La possibilità senza speranza, ancorata in un passato ingombrante e senza futuro a cui tocca tornare sempre quando le spalle che resistono a cadute e ferite, non reggono il peso di una salvezza possibile, non resistono a sentimenti più duri da affrontare rispetto a ogni sporco e puzzolente ring.
Le spalle tornano ad indossare la pelle dell’ariete, la maschera che diventa l’unica realtà nonostante la possibilità sia a portata di mano. Raggiungibile. E poi saltare, a grande richiesta, fino in fondo.
Il film racconta una storia classica di personaggio alla deriva in cerca di redenzione, con una scelta stilistica dimessa ma intensa, semplice e rigorosa, trovando grande forza espressiva, coinvolgendo ed emozionando in più momenti. Una grande prova di attore, inclusa la ineludibile commistione fra realtà e finzione, al servizio di una regia essenziale ed efficace.
Scene stupende: la carrellata dei reduci dal ring, il lungomare, l’arrivo al bancone del macellaio. Scena sballata e per me unica critica: lo spiegone al microfono . Non era necessario, forse una concessione al personaggio/attore, ma pazienza.
E il finale di questo film, da ricordare. Il marchio di fabbrica, la “Ram Jam”, prima che arrivi un altro esperto di sogni infranti e speranze disilluse a cantare le gesta di un lottatore.
Il film che avrebbe meritato l’oscar , per quel che conta, è indubbiamente questo.