The Reader

the-reader-locandinaPresente le bombe di profondità ? No? Nemmeno io. Però abbiamo visto film in cui si vedono in azione. E comunque vennero utilizzate molto nella seconda guerra mondiale. Quindi si resta un pò in tema. Praticamente scendono ondeggiando nell’acqua verso il bersaglio e quando esplodono si vede la detonazione ma non si sente lo scoppio. Ossia, si sente un rumore come di un tonfo potente ma attutito dall’acqua.
Ecco, “The reader” è un film dove si sganciano un bel pò di bombe di profondità cariche di emozioni. Si vede la detonazione, si vedono sguardi obliqui carichi di sospetto e di un passato che non smette mai di tormentare il presente, ma non si sentono le detonazioni.
Tutte le emozioni sono trattenute, quasi fossero troppo pesanti per liberarle o liberarsene.
Come un orgasmo represso. Come urla soffocate.
Questo rigore a volte estremo nello svolgimento e nel trattamento della storia è la forza del film, soprattutto nella prima parte fino alla fine del processo.
E’ anche la debolezza del film nella seconda parte, quando affronta la catarsi incompiuta del personaggio interpretato da un Ralph Fiennes un po’ troppo spento.
La vicenda prende il via nel 1955 e attraversa quarant’anni di sensi di colpa personali e collettivi. Personali dei due protagonisti, che si incontrano per caso e non si lasceranno più, avviluppati in un drammatico rapporto irrisolto. Collettivi, poichè nella parte centrale del film, spesso mi sono immaginato una nazione intera dietro ai dubbi del ragazzo che non sa se parlare per offrire una possibilità di assoluzione o se punire per espiare le colpe di, appunto, un popolo.
Il film è intenso, profondo, denso di spunti e di domande sul senso del dovere, sulla ricerca della verità, sulla morale, la colpa, la punizione, anche auto inflitta, quindi è anche un esercizio intellettuale forse eccessivo a tratti, come nel pre finale.
Forse dura un po’ troppo, a tratti nella seconda parte perde un po’ di intensità.
E soprattutto, non è un film sull’olocausto, nonostante tratti anche dell’olocausto.
Bello, non bellissimo, ma positivo uscire dalla sala arrovellandosi sulle domande che il film pone e con qualche dubbio sull’effettivo valore della pellicola.
Capitolo a parte per Kate Winslet.
Ora, nessun dubbio sulla sua bravura, però perchè nominarla per questo film e non per “Revolutionary road“, a mio avviso dimenticato film nella corsa agli oscar?
Non so, personalmente ho trovato l’interpretazione migliore, anche se si parla di scegliere, o preferire, la seta o il cachemire, sempre di materiale (e sguardo) prezioso si tratta.

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