Mocassini vs. Stringate

frostnixon-locandina-inglese1Servono script di ferro e attori di talento per riuscire nell’impresa di tenere incollati gli spettatori alle proprie poltrone, guardando uomini seduti in poltrona che parlano.
Non è semplice rendere interessante una serie tv come “In treatment“, due poltrone + dottore + paziente, a volte pazienti.
Non è semplice pensare alla trasposizione di un dramma teatrale su pellicola con due poltrone, intervistatore, intervistato.
Trattandosi di un film ci sono anche scene in esterni, per dire ovvietà, ma tenere l’attenzione giusta, l’interesse alto non è semplice, nonostante l’argomento sia conosciuto ai più, un pezzo di storia moderna. L’operazione riesce assai bene a Ron Howard che si fa perdonare “il codice davinci” (cine-pard dixit) mettendo in scena la sfida fra il presentatore dandy, superficialotto, a digiuno di politica ma assetato di successo e armato di sorriso smagliante e ciuffo importante e l’ex presidente Nixon, dimessosi dalla carica dopo lo scandalo Watergate (Wikipedia è di , eh).
Lo fa con una sceneggiatura ad orologeria che porta lo spettatore in una sorta di esplicitato, poichè le citazioni pugilistiche non mancano durante il film, incontro di boxe con le parole che sostituiscono i guantoni. Prima nello spogliatoio (l’albergo quartier generale di Frost, la villa del buen retiro di Nixon) durante la preparazione per la sfida e poi sul ring, davanti alle telecamere, per il faccia a faccia. Così l’attesa per il primo giorno è elevata mentre la tensione prima della cruciale ultima intervista è notevole quando la tragedia del re improvvisamente nudo esplode in una frase sbagliata.
La riuscita del film è assicurata da un cast strepitoso dove Frank Langella nel ruolo del presidente desideroso di riabilitare il suo nome, di sopraffare l’inesperto Frost in cerca di un lasciapassare gratuito per l’opinione pubblica, con surplus di cospicuo assegno, offre un impressionante lavoro di trasformismo accompagnato dal fidato e ottimo Kevin Bacon. All’angolo di Frost, i tre preparatori-consulenti dello sfidante, fra i quali spicca il sempre valido Sam Rockwell, sono eccelse spalle per l’altrettanto bravo Martin Sheen nei panni dell’intervistatore che diventa impresario di sè, barcamenandosi fra aspirazione personale, le difficoltà dell’impresa, il dovere di denuncia politica che l’intervista presuppone, i mocassini e una fidanzata da urlo.
Il film oltre a riproporre la famosa intervista, parla anche dell’uso della televisione per fini personali e di come un’immagine sullo schermo possa trasformarsi in sintesi estrema, sintetizzando ore e ore di conversazione in un fotogramma, parziale ma insieme totalizzante.
L’ultimo giorno dell’intervista è davvero un pezzo di bravura di alta scuola chiuso da uno sguardo pietoso verso il campione battuto, il re senza trono che comunque mantiene un contegno e una sorta di allure presidenziale anche durante la definitiva sconfitta.
Bonus, leggi gioia per gli occhi: il film contiene una dose di fascino notevole, poichè oltre ai già citati Bacon e Rockwell che si fanno un boccone di altri attori spesso citati alla voce “sexy”, c’è Rebecca Hall che è una stragnocca.

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